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San Giovanni de Britto Sacerdote gesuita e martire

4 febbraio

Lisbona, Portogallo, 1 marzo 1647 - Oriur, India, 11 febbraio 1693

Giovanni de Britto (in portoghese, João de Brito) nacque a Lisbona in Portogallo il 1° marzo 1647. Ancora ragazzo fu ammesso tra i paggi del re di Spagna, ma si ammalò gravemente: sua madre fece voto a san Francesco Saverio che, se il figlio fosse guarito, gli avrebbe fatto vestire per un anno l’abito della Compagnia di Gesù. Così avvenne, ma Giovanni domandò di diventare davvero gesuita. Ordinato sacerdote nel 1673, fu inviato in India. La sua inculturazione profonda, che lo portò ad assumere abiti e stili di vita simili a quelli degli asceti indiani, gli valse numerose conversioni. Quella del principe Teriavedem, che aveva tenuto una sola delle proprie mogli ripudiando le altre, costò a padre Giovanni la condanna a morte. Fu decapitato a Oriur l’11 febbraio 1693, dopo un lungo viaggio e un’altrettanto lunga prigionia. Beatifìcato da Pio IX il 21 agosto del 1853, è stato canonizzato da Pio XII il 22 giugno 1947.

Emblema: Abiti indiani, palma

Martirologio Romano: In località Oriur nel regno di Maravá in India, san Giovanni de Britto, sacerdote della Compagnia di Gesù e martire, che, dopo aver convertito molti alla fede imitando la vita e la condotta degli asceti di quella regione, coronò la sua vita con un glorioso martirio.


“Galeotto” fu l’abito della Compagnia di Gesù, che la mamma gli aveva fatto indossare per un anno, come voto a San Francesco Saverio per la miracolosa guarigione da grave malattia. L’adolescente Giovanni della nobile famiglia spagnola dei “de Britto” era infatti avviato ad una “normale” vita di corte, come paggio del re di Spagna e niente faceva presagire, fino ad allora, una vocazione religiosa.
Vestire per 12 mesi quell’abito religioso in un ambiente come la corte reale, in mezzo agli altri paggi riccamente vestiti, e sopportare su di sé le provocazioni di alcuni di questi (con tanta eroica pazienza che a palazzo lo chiamavano “il martire”) gli fanno nascere dentro la voglia di essere gesuita per davvero, anzi, missionario e preferibilmente in Giappone.
Il sogno si avvera quasi per intero, ad eccezione della destinazione: difatti, ordinato sacerdote nel 1673, viene mandato come missionario in India, ma Giovanni de Britto, che di strada nella perfezione cristiana ne ha fatto ormai molta, vi si adatta benissimo. Anzi, è tale l’ardore che riversa nel suo apostolato da venire quasi subito ferito da un gruppo di fanatici.
Nonostante tutto prosegue imperterrito nel suo slancio missionario, adottando anche uno stile che all’epoca può far discutere: per risolvere il problema delle caste diventa “pandara-suami”, cioè asceta, penitente, acquistando così il privilegio di trattare con tutti i ceti sociali e perfino con gli stessi paria.
Nel vestire, nel mangiare, nel comportamento si adatta perfettamente allo stile di vita che ha scelto: indossa un ampio vestito tinto di ocra rossa, porta sul capo una specie di turbante rosso e zoccoli ai piedi, usa un lungo bambù per i viaggi, dorme su una semplice coperta stesa per terra, mangia un pugno di riso cotto nell’acqua, qualche legume con un po’ di latte e burro.
Ed è proprio questo stile di vita e il suo instancabile apostolato che gli fanno acquistare un grande prestigioso e gli fanno contare a centinaia le conversioni che ottiene e a migliaia i sacramenti che riesce ad amministrare.
Tanto fervore e tanto successo non possono non attirargli invidie e persecuzioni. E mentre in Spagna cercano inutilmente di trattenerlo offrendogli anche sedi vescovili, a 47 anni Giovanni torna definitivamente in India con la netta sensazione che gli sarà chiesto di testimoniare con la vita la fede che professa e che predica.
Le minacce e gli attentati aumentano di intensità quando riesce a convertire il principe Teriavedem: viene arrestato, processato e condannato a morte, ma prima che questa venga eseguita tra orribili torture il 4 febbraio 1693, i suoi persecutori devono ascoltare ancora una volta l’eroica e ferma testimonianza di fede pronunciata in pubblico da Giovanni, che ottiene altre conversioni.
Solo la spada può far tacere l’eroico missionario, il cui martirio è stato ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa con la canonizzazione, pronunciata da Papa Pio XII nel 1947.

Autore: Gianpiero Pettiti
 




“Nuovo Saverio” chiamarono i Portoghesi e gli Indiani del Seicento il missionario Giovanni de Britto, nato a Lisbona, ucciso per la fede di Cristo a Oriur, nel Maravá (India). A dieci anni, Giovanni si ammalò di tisi, e i medici dichiararono il caso disperato. Allora la madre chiese la sua guarigione a s. Francesco Saverio, anzi, si obbligò con voto, a vestire per un anno il figliolo, a grazia ottenuta, con l’abito della Compagnia di Gesù. In pochi giorni Giovanni lasciò il letto, e, in esecuzione del voto, comparve a corte in sottanina nera, portando al fianco una corona della Madonna. Finito l’anno del voto, l’abito religioso fu smesso, ma, non molto tempo dopo, Giovanni avanzò istanza per essere ammesso nella Compagnia di Gesù. Da parte del provinciale dei Gesuiti non c’erano difficoltà, ma sia il re, sia l’infante tentarono ogni via pur di scongiurare quella partenza. Ciononostante, il 17 dicembre 1662, a quindici anni, Giovanni entrò nel noviziato di Lisbona e poi fu mandato a Evora ed a Coimbra per attendere agli studi e sempre ebbe la fama d’uno dei migliori ingegni dell’università.
Ma di pari passo con gli studi, sentiva crescere il desiderio di lavorare sulle orme del Saverio. Ebbe il coraggio di scrivere due volte, all’insaputa dei suoi superiori immediati, al p. generale Oliva, supplicandolo insistentemente di concedergli la grazia di andare alle missioni dell’India. Ed ebbe la promessa di essere accontentato alla prima partenza di nuovi operai per quella regione. Doveva però ancora compiere due anni di magistero in un collegio, poi dedicarsi allo studio della teologia e ricevere l’ordinazione sacerdotale: ciò avvenne all’inizio del 1673.
Prima di partire per le missioni, dovette affrontare e superare l’ultima grande difficoltà, cioè sua madre, che non si era ancora riavuta dal dolore della morte in guerra del suo primogenito, Cristoforo. Giovanni ebbe però ragione di tutti gli interventi provocati dalla madre presso il re e presso il nunzio apostolico e, per evitare altri improvvisi intralci, non si recò al porto coi suoi compagni di viaggio, ma uscí di nascosto dal collegio dei Gesuiti e, prendendo delle scorciatoie, si recò diritto alla nave, di dove scrisse l’addio alla madre.
Nel 1673, dopo un viaggio avventuroso, Giovanni arrivò a Goa. Visitando la tomba di s. Francesco Saverio, nella chiesa dei Gesuiti, egli ripeté il voto di lavorare per la conversione degli Indiani e s’installò nel collegio della Compagnia di Gesù, ove completò gli studi di teologia.
Si applicò allo studio delle lingue indigene e poi si apprestò a raggiungere la residenza indicatagli dal padre provinciale: Colei, nel regno di Gingia. Scelse la via attraverso le montagne dei Gati e, per l’eccesso di fatica, si ammalò gravemente, ma, come anche altre volte, l’invocato intervento del Saverio lo risanò. Negli anni 1674-1679 lavorò a Colei e Tattuvancheri, poi nei regni di Tangiore e Gingia; negli anni 1685-686 fu anche superiore della missione.
Le fatiche del suo lavoro erano poca cosa rispetto ai patimenti che le accompagnavano.
Avendo saputo che da diciotto anni nessun missionario aveva raggiunto il regno di Maravá, a est di Madura, egli si decise alla pericolosa impresa, dopo avervi inviato alcuni valenti catechisti. Il 5 maggio 1686 ne varcava il confine, e fu tale l’azione da lui svoltavi, che il 17 luglio dello stesso anno aveva già battezzato più di duemila indiani, passando le notti a confessare e battezzare. Presto però il primo ministro del re di Maravá spiccò l’ordine di arresto contro il missionario e i suoi compagni, arresto al quale non erano estranee le imprudenze di un missionario di un altro Ordine religioso. In seguito, Giovanni subí, per circa un mese, un vero e crudele martirio, pur senza l’esecuzione della sua condanna a morte. Fra gli altri tormenti, fu flagellato con scudisci, schiaffeggiato, caricato di catene, e poi sdraiato nudo su di un masso di pietra pomice, arroventata dal sole e irta di punte acute, ove lo obbligavano a stare per maggior tormento, ora bocconi, ora supino, mentre sette od otto persone saltavano sul suo corpo. In quel carcere Giovanni rimase ancora ventidue giorni. Finalmente riuscì a parlare col re, il quale apparve soggiogato dalla verità.
Liberato nell’agosto del 1686, Giovanni ricevette una lettera del provinciale con la comunicazione della sua nomina a procuratore della missione essendo morto il precedente; ebbe l’ordine di raggiungere al più presto il Portogallo e di là Roma, e di presentarsi al padre generale. Giovanni fece tutte le obbiezioni che gli erano consentite dall’ubbidienza, ma dinanzi alla incrollabile decisione del provinciale si dispose immediatamente alla partenza. Dopo un viaggio "eccezionalmente felice", durante il quale toccò anche là sponda del Brasile, sbarcò a Lisbona l’8 settembre 1687. Dopo aver ossequiato i superiori, si recò dal re don Pedro II, della cui corte d’infante aveva fatto parte da bambino. Nell’aprile 1690 Giovanni riuscì alfine a prendere ancora una volta, l’ultima volta, la nave per l’India, arrivando a Goa il 2 novembre, quando i viveri già cominciavano a scarseggiare.
Entrò di nuovo nel regno di Maravá, affrontando le ire di quel sovrano, feroce persecutore dei cristiani, che già aveva avuto occasione di minacciarlo di morte. Lavorava febbrilmente, senza pausa, pur non potendo fermarsi due giorni di seguito in un posto senza correre grave rischio.
Un fatto singolare aggravò la situazione del futuro martire. Il 6 gennaio 1693, egli conferì il Battesimo a un principe di nome Teriadevem, trovato moribondo e da lui guarito istantaneamente, pronunziando il Credo e l’inizio del Vangelo di s. Giovanni. Secondo l’ordine del santo, il principe aveva scelto una sola fra le cinque donne che aveva già sposato, ripudiando le altre quattro, fra le quali vi era una nipote del re. Giovanni aveva compiuto il suo dovere; ma era facilmente prevedibile che i parenti avrebbero tentato di vendicare sanguinosamente l’affronto del ripudio. Difatti il sovrano diede ordine immediato che fossero arse tutte le chiese cristiane, saccheggiate le case dei fedeli ed arrestato il santo. E per impedire che fossero messe a ferro e fuoco le case dei cristiani, andò incontro ai nemici, l’8 gennaio, insieme con tre giovani catechisti. Accolto con ingiurie e percosse, è atterrato, poi, legato, con i suoi tre fedeli, è costretto ad una dolorosa marcia forzata, dietro gli armati a cavallo cadendo e insanguinando la lunga strada affollata di fedeli, accorsi a contemplare la passione generosa del loro padre, ad attingere forza dal suo esempio. Il giorno dopo l’arrivo nel carcere della capitale, al gruppetto dei prigionieri si aggiungono altri tre catechisti. In attesa del re, che giunge alla capitale solo il 20 gennaio, i prigionieri vivono con straordinario fervore le loro giornate. L’esempio e la parola del missionario sono il grande lievito di quel coraggio costante, inflessibile. Il 28 gennaio, il re emanò la sentenza. In realtà il re inviava lontano il missionario per farlo uccidere più tranquillamente: lo fece condurre alla città di Oriur, presso la frontiera e contemporaneamente avvisò suo fratello, governatore di quella provincia, di giustiziarlo appena arrivato in sua mano.
Stremato dalla prigionia, dalle privazioni, dalle percosse e dalla incessante preghiera, il missionario attraversò con estrema fatica la regione che si estende tra la capitale e Oriur. Il suo stato miserabile, i suoi piedi insanguinati, muovevano a compassione perfino alcuni pagani che l’incontravano, e un bramino gli offerse il suo cavallo, per farlo arrivare vivo alla meta.
Il giorno seguente fu decapitato. Beatifìcato da Pio IX il 21 agosto del 1853, fu canonizzato da Pio XII, il 22 giugno 1947.


Autore:
Ferdinand Baumann


Fonte:
Bibliotheca Sanctorum

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Aggiunto/modificato il 2018-04-28

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