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> Home > Sezione (Sezione Papi) > Venerabile Giovanni Paolo I (Albino Luciani) Condividi su Facebook Twitter

Venerabile Giovanni Paolo I (Albino Luciani) Papa

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Canale d’Agordo, Belluno, 17 ottobre 1912 - Città del Vaticano, 28 settembre 1978

(Papa dal 03/09/1978 al 28/09/1978).

Albino Luciani nasce a Forno di Canale (ora Canale D'Agordo), diocesi di Belluno, il 17 ottobre 1912, da Giovanni Luciani e Bortola Tancon. Nel 1923 entra nel Seminario Minore di Feltre, poi, nel 1928, in quello di Belluno. Il 7 luglio 1935 riceve l'ordinazione sacerdotale. Svolge il suo ministero come cappellano della parrocchia del suo paese natale e poi in quella di Agordo. Nel 1937 è nominato Vicerettore del Seminario di Belluno. Il 27 Febbraio 1947 si laurea in teologia alla Pontificia Università Gregoriana. Nel 1954 viene nominato Vicario Generale della diocesi di Belluno e il 15 dicembre 1958 Vescovo di Vittorio Veneto. Il 15 dicembre 1969 è nominato Patriarca di Venezia. Morto Paolo VI, il 26 agosto 1978 viene eletto 263° successore di San Pietro, prendendo per la prima volta nella storia dei papi un doppio nome: Giovanni Paolo. È tornato alla Casa del Padre il 28 settembre 1978, dopo 33 giorni di pontificato. La fase diocesana della sua causa di beatificazione si è svolta presso la diocesi di Belluno-Feltre dal 22 novembre 2003 al 10 novembre 2006. L’8 novembre 2017 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione con cui è stato dichiarato Venerabile. I resti mortali di papa Giovanni Paolo I riposano nelle Grotte Vaticane, sotto la Basilica di San Pietro a Roma.



Nell’agosto del ’78, alla morte di Paolo VI, il Cardinale Albino Luciani, Patriarca di Venezia, giunse a Roma in preparazione del conclave. Celebrò la Messa nella chiesa di San Marco (presso piazza Venezia), di cui portava il titolo cardinalizio. Nell'omelia parlò ai fedeli della Vergine, Madre della Chiesa, sorella nostra, invitando ripetutamente a pregare la Madre di Dio per l'elezione del Papa, per il futuro Papa. Ma il Patriarca non pensava minimamente a se stesso. Anzi, era talmente certo di tornarsene a casa che, il giorno stesso dell'entrata in conclave, andrà a sollecitare il meccanico perché aggiusti in fretta la sua vecchia auto, rottasi alle porte di Roma: “Mi raccomando, fate il più presto possibile. Dovrò ritornare a Venezia tra pochi giorni e non saprei come fare a recuperare la vettura se dovessi lasciarla qui…”.
La Provvidenza invece aveva disposto diversamente e il 26 agosto, dopo appena un giorno di conclave, dalla loggia di San Pietro si affacciava sorridente il Cardinale Felici a pronunciare la formula di rito: “Eminentissimum ac reverendissimum Dominum, Albinum...”, scandiva con tono solenne, “Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Luciani!”.
La folla radunata nella piazza esplodeva in un tripudio di gioia mentre le campane di San Pietro inondavano di suoni maestosi il cielo di Roma.
Anche a Canale d’Agordo, paese natale del nuovo Papa, era festa: “Hanno fatto Papa l’Albino”. Per i suoi compaesani, infatti, il successore di Pietro, già vescovo e poi patriarca, rimaneva sempre “l’Albino”, il loro “don Albino”. Un figlio fedele dell’aspra terra bellunese.
Nato il 17 ottobre 1912 a Forno di Canale (poi diventato Canale d’Agordo) da Giovanni e Bortola Tancon, la fanciullezza di Albino si era svolta tra la bellezza delle valli e delle montagne del suo paese natale, nelle sofferenze della Prima Guerra Mondiale e la povertà di una famiglia contadina.
A 10 anni era nata la sua vocazione sacerdotale, per la predicazione di un frate cappuccino. Nel 1923 aveva fatto il suo ingresso in seminario, a Feltre prima, poi, nel 1928, a Belluno. Il 7 luglio 1935 ricevette l'ordinazione sacerdotale. Cappellano ad Agordo, dove insegnò religione presso l'Istituto Tecnico Minerario, nel 1937 fu nominato Vicerettore del Seminario di Belluno. Nel 1954 è Vicario Generale della diocesi di Belluno, quindi, nel 1958, venne consacrato vescovo di Vittorio Veneto da Papa Giovanni XXIII. Undici anni dopo Paolo VI lo creava Patriarca di Venezia.
Il 26 agosto ’78 Luciani è eletto 263° successore di Pietro, prendendo per la prima volta nella storia dei papi un doppio nome. “Mi chiamerò Giovanni Paolo”, esordì subito dopo l’elezione. “Intendiamoci: io non ho né la sapientia cordis di Papa Giovanni, né la preparazione e la cultura di Papa Paolo, però sono al loro posto, devo cercare di servire la Chiesa. Spero che mi aiuterete con le vostre preghiere”.
I giornali cominciarono a chiamarlo “il papa del sorriso”. Si attendevano con trepidazione le sue udienze generali. Luciani potè farne solo quattro: una sull’umiltà (che gli stava molto a cuore, avendo scelto per sé il motto “Humilitas”), le altre tre sulle virtù teologali: fede, speranza e carità. Come un semplice catechista qualsiasi. E catechista nel profondo del cuore egli era sempre stato: da parroco, prima, poi da vescovo, da patriarca, infine da papa. Sbriciolare con semplicità le grandi verità della fede, spezzando agli umili il pane del Vangelo. Questo era sempre stato il suo obiettivo, il suo programma. Una precisa scelta pastorale.
Da giovane seminarista, infatti, Albino Luciani durante l’estate aveva provato a scrivere qualche articolo per il bollettino parrocchiale di Canale d’Agordo e il parroco, paziente, correggeva con calma spiegando: “Vedi, Albino, quando scrivi pensa che il tuo articolo deve essere capito anche da quella vecchietta che sta lassù, in cima al paese, e che non ha studiato e sa appena leggere”.
Si può dire che Luciani ebbe sempre quella vecchietta davanti agli occhi, anche quando giunse sul soglio di Pietro. Per questo la gente lo amava. E non l’ha mai dimenticato, pur se il suo pontificato è stato breve. Ma, come ebbe a dire il suo successore Karol Wojtyla, che prendendone il nome ne assunse implicitamente l’eredità, “trentatrè giorni bastano come tempo dell’amore”.
Oggi, a ventiquattro anni dalla morte, avvenuta nella notte del 28 settembre ’78, per infarto cardiaco, “don Albino” parla ancora. Nella chiesa che lo accolse al fonte battesimale e dove celebrò la sua prima Messa, a Canale d’Agordo, il pellegrinaggio dei devoti è continuo. Questo papa, dunque, non è stato quella “meteora” di cui qualche volta si dice. Il vescovo di Belluno, Vincenzo Savio, il 26 agosto 2002, nella ricorrenza della sua elezione al soglio pontificio, tra gli applausi scroscianti dei fedeli, ha comunicato l’inizio dell’istruttoria per la sua causa di canonizzazione.
L’inchiesta diocesana si è quindi svolta nella diocesi di Belluno-Feltre dal 22 novembre 2003 al 10 novembre 2006, a motivo dei pochi giorni trascorsi nel territorio del Vicariato di Roma (sede competente per tutte le cause di beatificazione dei Pontefici, anche se morti fuori Roma).
La prima inchiesta diocesana e una seconda inchiesta suppletiva, svolta nel 2008, sono state convalidate il 13 giugno 2008. I cinque volumi della “Positio”, consegnati il 17 ottobre 2016, sono stati esaminati il 1° giugno 2017 dal Congresso dei teologi e il 3 novembre 2017 dai Cardinali e dai Vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi.
L’8 novembre 2017, ricevendo in udienza il Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, il cardinal Angelo Amato, papa Francesco ha approvato il decreto con cui venivano riconosciute ufficialmente le virtù eroiche di papa Giovanni Paolo I, i cui resti mortali riposano nelle Grotte Vaticane, a poca distanza da quelli di papa Paolo VI.

Autore: Maria Di Lorenzo ed Emilia Flocchini
 



Tra l’Agordino e i seminari diocesani
Albino Luciani, divenuto Giovanni Paolo I con l’elezione alla Sede Apostolica il 26 agosto 1978, nacque il 17 ottobre 1912 a Forno di Canale, oggi Canale d’Agordo, provincia e diocesi di Belluno. Primogenito dei quattro figli di Giovanni Luciani e Bortola Tancon, fu battezzato in casa dalla levatrice il giorno stesso della nascita. Il 26 settembre 1919, nella Pieve di San Giovanni Battista, ricevette la cresima dal vescovo Giosuè Cattarossi e successivamente la prima comunione dalle mani del pievano don Filippo Carli. Sotto la sua guida Albino Luciani apprese i primi insegnamenti della dottrina cristiana e il catechismo di san Pio X e si avviò agli studi, maturando precocemente la sua vocazione.
Il 17 ottobre 1923 cominciò il percorso formativo nel Seminario minore di Feltre. Cinque anni dopo, nel 1928, fece il suo ingresso al Seminario Gregoriano di Belluno per gli studi liceali, filosofici e teologici. Concluso l’iter della formazione teologica, durante il quale si distinse per le doti morali, le capacità intellettive e il profitto negli studi, il 10 febbraio 1935 ricevette il diaconato. Il 7 luglio dello stesso anno fu ordinato sacerdote nella chiesa di San Pietro a Belluno, con dispensa pontificia super defectum aetatis. L’indomani nel paese natale celebrò la prima messa e iniziò il suo primo ministero come vicario-cooperatore di Canale d’Agordo, per divenire poi, a dicembre, coadiutore di monsignor Luigi Cappello ad Agordo. Il periodo di servizio in parrocchia, tuttavia, si concluse presto.

Giovane sacerdote a Belluno
Nell’autunno del 1937, appena venticinquenne, don Albino fu chiamato a Belluno a ricoprire l’incarico di vice-rettore del Seminario Gregoriano e contemporaneamente di docente delle classi di liceo e teologia, incarico che egli mantenne per un ventennio. Fino alla fine della sua permanenza nella diocesi di Belluno egli, infatti, si dedicò all’insegnamento della teologia dogmatica e del diritto canonico e, secondo le necessità, fu professore di patristica, liturgia, arte sacra, eloquenza, catechetica, pastorale e amministrazione. All’intensa attività didattica ed educativa unì anche quella di pubblicista, scrivendo con assiduità articoli per il settimanale diocesano L’Amico del Popolo, e di animatore culturale, curando la formazione di alcuni gruppi giovanili. Il 16 ottobre 1942, con una tesi sulle ordalie, ottenne la licenza in teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Nel febbraio 1947, presso la medesima Università, conseguì il dottorato in teologia, con una tesi su L’origine dell’anima umana secondo Antonio Rosmini.
Non solamente gli studi, ma anche l’impegno didattico e le responsabilità pedagogico-educative caratterizzarono gli anni bellunesi di Luciani; al cumulo di queste mansioni si affiancarono alcuni incarichi pastorali e soprattutto di responsabilità diocesana. Nel novembre 1947 il vescovo Girolamo Bortignon lo nominò pro-cancelliere vescovile e lo designò segretario del Sinodo interdiocesano di Belluno e Feltre, affidandogli l’organiz­zazione centrale. Nel febbraio del 1948 gli fece giungere la nomina di pro-vicario generale e quella di direttore dell’Ufficio catechistico. Frutto del suo impegno nell’ambito della catechesi fu il volume Catechetica in briciole, sussidio per la formazione dei catechisti, dato alle stampe nel 1949. Il successore del vescovo Bortignon, monsignor Gioacchino Muccin, confermò don Albino in tutti gli incarichi e l’8 febbraio 1954 lo promosse vicario generale della diocesi bellunese, nominandolo infine, nel 1956, canonico della cattedrale.

Vescovo a Vittorio Veneto
I vescovi Bortignon e Muccin, che lo avevano scelto come stretto collaboratore nel governo della diocesi, ne sostennero la candidatura all’episcopato. Il 15 dicembre 1958, nel primo concistoro indetto da Giovanni XXIII, mons. Luciani fu preconizzato vescovo di Vittorio Veneto. Il successivo 27 dicembre ricevette la consacrazione episcopale dalle mani del Papa nella basilica di San Pietro e l’11 gennaio 1959 fece il suo ingresso nella diocesi veneta.
Il periodo vittoriese (1959-1969) costituì una tappa decisiva nell’esistenza di Luciani. L’attività pastorale che egli svolse nella diocesi fu intensa e diede frutti fecondi. Il motto episcopale Humilitas, che fu di san Carlo Borromeo e che egli volle impresso sullo stemma insieme alle tre stelle – simbolo della fede, della speranza e della carità – segnò l’orientamento costante nell’esercizio del suo ministero episcopale. La sua missione si svolse con pari intensità sul piano spirituale, caritativo e culturale. Incline al dialogo e all’ascolto, diede da subito priorità alle visite pastorali e al contatto diretto con i fedeli, mostrando sensibilità verso i problemi sociali del territorio veneto che viveva l’epocale passaggio dal mondo rurale antico a quello industriale moderno. Sollecitò con impegno la partecipazione attiva dei laici alla vita della Chiesa. Ebbe attenzione soprattutto alla vita del clero, favorendo la collaborazione tra i sacerdoti, dedicandosi alla cura delle vocazioni e alla formazione dei giovani sacerdoti. Affrontò le difficoltà di governo con fortezza e serenità. Si distinse anzitutto nella predicazione, mostrando impareggiabili doti di comunicazione del messaggio evangelico.
Nel corso del suo episcopato il vescovo Luciani partecipò a tutte le quattro sessioni del Concilio Vaticano II (1962-1965). Trasmise gli insegnamenti e gli orientamenti conciliari nella sua diocesi con chiarezza ed efficacia, attraverso la parola e gli scritti. Quell’esperienza ebbe anche un altro effetto non secondario: gli incontri con i vescovi del Terzo Mondo stimolarono il suo interesse per le missioni. La diocesi fu immediatamente coinvolta e il vescovo inviò missionari in Brasile e in Burundi dove, nell’autunno del 1966, egli stesso si recò in visita pastorale. La Conferenza Episcopale Triveneta lo vide, nel frattempo, sempre più impegnato nella redazione dei documenti collegiali.

Patriarca di Venezia
Il 15 dicembre 1969 segnò l’inizio di un nuovo periodo nella vita di Luciani. Paolo VI annunciò la sua nomina alla sede patriarcale di Venezia e l’8 febbraio 1970 egli fece il suo ingresso nella nuova diocesi. Di lì a breve Paolo VI manifestò nuovamente la sua stima verso il patriarca di Venezia, annoverandolo fra i membri di nomina pontificia del Sinodo dei Vescovi del 1971, convocato per discutere i temi del sacerdozio ministeriale e della giustizia nel mondo. Il 16 settembre 1972, in viaggio verso il Congresso Eucaristico Nazionale di Udine, Paolo VI fece visita a Venezia e onorò pubblicamente il Patriarca, imponendogli la propria stola davanti alla folla in piazza San Marco. Il 5 marzo 1973 lo creò cardinale. Furono questi i segni di una considerazione che Papa Montini manifestò, anche in forme più riservate, al patriarca di Venezia.
Anche nella Conferenza Episcopale Italiana la figura di Luciani aveva acquistato rilievo. In quanto presidente della Conferenza Episcopale Triveneta, egli faceva parte di diritto del Consiglio permanente della CEI e nel giugno 1972 fu eletto vice-presidente, incarico che ricoprì fino al giugno 1975, quando chiese di non essere confermato per potersi dedicare con maggior impegno alla sua diocesi. Fu ancora eletto tra i rappresentanti dell’episcopato italiano per il quarto Sinodo del 1977, dedicato ai problemi della catechesi, che gli offrì l’occasione per un ampio intervento su uno dei temi più frequentati da Luciani come espressione delle sua inesausta passione per l’annuncio delle verità cristiane.
Anche a Venezia il Patriarca restò fedele all’impostazione di lavoro e allo stile pastorale vissuti a Vittorio Veneto. Il suo stile di vita sobrio a beneficio dei poveri e l’attenzione agli ammalati, uniti al temperamento amabile e aperto al dialogo, gli fecero guadagnare le simpatie del popolo veneziano. Da Patriarca non fece mancare il suo appoggio agli operai di Marghera, spesso coinvolti in agitazioni sindacali. Compì diversi viaggi all’estero durante i quali incontrò le comunità di emigrati italiani: in Svizzera (giugno 1971), in Germania (giugno 1975) e in Brasile, a Santa Maria di Rio Grande do Sul (novembre 1975), dove gli fu conferita la laurea honoris causa. Di rilievo è anche in quegli anni la sua produzione scritta, caratterizzata dalla consapevole scelta di una forma espositiva piana e colloquiale nell’intento di arrivare a tutti. Pubblicò articoli su temi ecclesiali e di attualità sulle colonne de Il Gazzettino e de L’Osservatore Romano e nel 1976 diede alle stampe un’opera letteraria, Illustrissimi, originale silloge di epistole fittizie indirizzate ai grandi del passato.
Negli anni difficili della contestazione e delle derive post-conciliari, il card. Luciani sentì l’urgenza di intervenire fermamente per correggere errori dottrinali diffusi da taluni teologi e professori di seminario. Prese posizione in modo chiaro su vari aspetti della vita diocesana: dall’impostazione del consiglio presbiterale alla pratica liturgica, dalla formazione dei chierici all’impiego dei neosacerdoti nella pastorale del lavoro. Nella primavera del 1974 intervenne con decisione per la posizione assunta dalla FUCI diocesana nei confronti del referendum sul divorzio, mostrando ancora una volta la sua guida ferma nell’aderenza alla comunione episcopale e nella fedeltà al Papa. I suoi interventi lo qualificavano a livello nazionale per un senso di responsabilità coraggiosa, nel solco della tradizione della Chiesa; si distingueva per il senso di responsabilità e di prudenza nella sua Chiesa locale e per il sensus Ecclesiae dimostrato alla Chiesa universale, cose che non sfuggirono ai suoi futuri elettori.

Il breve pontificato
All’indomani della morte di Paolo VI, avvenuta il 6 agosto 1978, il card. Luciani lasciò Venezia. Il 25 agosto entrò in Conclave e sabato 26 agosto 1978, al quarto scrutinio, fu eletto Papa e scelse di prendere il doppio nome di Giovanni Paolo I, in ossequio ai due pontefici che lo avevano preceduto. Il 27 agosto rivolse il primo radiomessaggio Urbi et Orbi e recitò il primo Angelus in piazza San Pietro, rivolgendosi familiarmente ai fedeli senza usare il plurale maiestatis.
Nel primo discorso alla Sistina elencò i punti programmatici del suo pontificato e domenica 3 settembre, inaugurando il suo ministero di supremo pastore all’insegna dell’umiltà, si presentò alle migliaia di fedeli chiedendo l’aiuto della preghiera. I primi gesti del suo pontificato fecero subito cogliere il tratto originale di uno stile di vita improntato a spirito di servizio e semplicità evangelica. Come modello di ministero egli volle seguire il suo illustre predecessore san Gregorio Magno, sia nel suo ufficio di maestro che in quello di guida e pastore; lo imitò nella catechesi che sapeva adeguarsi alle capacità degli uditori e che il nuovo Papa dimostrò ancora di seguire nelle quattro udienze generali del suo pontificato. Lasciando un solco nella storia della catechesi, egli ripropose l’attualità e la bellezza della vita cristiana fondata sulle tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Il 6 settembre, alle tre udienze sulle virtù teologali, fece precedere l’udienza sulla virtù dell’umiltà. Il 27 settembre concluse il suo magistero pontificio con l’udienza sulla carità, continuando il suo insegnamento fino all’ultimo giorno, con la parola e con la vita. Nella tarda sera del 28 settembre 1978, dopo appena trentaquattro giorni di pontificato, Giovanni Paolo I morì improvvisamente. Nel segno di una carità sempre più intensa verso Dio, verso la Chiesa e verso l’umanità si era chiuso il suo breve ma esemplare pontificato. La sua salma fu tumulata nelle Grotte Vaticane il 4 ottobre 1978.
 
Il processo di canonizzazione
Subito dopo la morte di Papa Luciani, cominciarono a pervenire da ogni parte del mondo al vescovo di Belluno richieste per l’introduzione della causa di canonizzazione. Nel mentre – con iniziativa che partiva dai fedeli – si avviò una raccolta di firme che interessò a livello internazionale diversi Paesi, tra i quali la Svizzera, la Francia, il Canada e gli Stati Uniti.
Il 9 giugno 1990, dopo la visita “ad limina”, l’arcivescovo di Belo Horizonte dom Serafin Fernandes de Araújo Sales presentò a Giovanni Paolo II la petizione dell’intera Conferenza Episcopale del Brasile (CNBB) per l’introduzione della Causa, con la firma di 226 vescovi: «Considerando che l’estinto Pontefice lasciò dietro di sé “una scia luminosa di fede e santità” e che, in numerose parti del mondo, i fedeli già parlano di grazie speciali, ricevute per la sua potente intercessione… È, pertanto, con filiale confidenza che presentiamo a Vostra Santità la richiesta di introduzione della Causa di Beatificazione del predecessore, di santa e veneranda memoria, Giovanni Paolo I».
Ma solamente durante l’episcopato di mons. Vincenzo Savio (2001-2004), si poté avviare l’Inchiesta diocesana sull’eroicità della vita e delle virtù e sulla fama di santità di Giovanni Paolo I. Il 26 agosto 2002, al termine della Messa celebrata a Canale d’Agordo nel 24.mo anniversario dell’elezione di papa Luciani, mons. Savio annunciava l’avvio della fase preliminare di raccolta dei documenti e delle testimonianze necessarie per avviare la Causa. Nell’aprile 2003 indicò come Postulatore il salesiano don Pasquale Liberatore. Poi chiese al card. Ruini, vicario di Roma, il consenso per l’introduzione del processo non presso il Vicariato di Roma, sede naturale per competenza, ma nella diocesi di Belluno-Feltre.
Il 23 novembre 2003, a 25 anni dalla morte di Giovanni Paolo I, nella basilica cattedrale di Belluno si tenne in forma solenne la sessione inaugurale dell’Inchiesta diocesana, presieduta dal vescovo Savio, ormai segnato dalla malattia che lo porterà alla morte. In via del tutto eccezionale, presenziò al rito il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, il cardinale José Saraiva Martins. Il 10 novembre 2006 il successore del vescovo Savio, mons. Giuseppe Andrich, chiuse l’inchiesta diocesana; ma dovette seguire un’inchiesta diocesana suppletiva per integrare la precedente ricerca storica.
Sotto la guida del Relatore generale padre Vincenzo Criscuolo si avviò la redazione della Positio, compilata nella sue parti da Stefania Falasca e don Davide Fiocco. Vennero acquisite agli atti anche le deposizioni extraprocessuali di ventun testimoni, con particolare riferimento al periodo del pontificato e alla morte di Luciani: tra di esse ha assoluto rilievo storico la testimonianza del Papa emerito Benedetto XVI, rilasciata il 26 giugno 2015, primo caso nella storia delle cause di canonizzazione.
Il 17 ottobre 2016 la Positio venne depositata al protocollo della Congregazione per le Cause dei Santi. Il 1° giugno 2017 il congresso dei teologi ha già espresso in merito voto positivo. Il 7 novembre la sessione ordinaria dei cardinali e vescovi ha dato voto positivo unanime per il riconoscimento delle virtù eroiche di Giovanni Paolo I. L’indomani papa Francesco ha autorizzato la pubblicazione del decreto riguardante le sue virtù eroiche. Il nostro “don Albino” diventa Venerabile: la Chiesa quindi riconosce ufficialmente che papa Luciani «ha seguito più da vicino l’esempio di Cristo con l’esercizio eroico della virtù […] e, pertanto può essere proposto alla devozione e all’imitazione dei fratelli» .


Autore:
Don Davide Fiocco

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Aggiunto/modificato il 2019-07-22

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