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Serva di Dio Maria Marchetta Terziaria francescana

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Grassano, Matera, 16 febbraio 1939 - 7 aprile 1966

«Mio Dio, il mio cuore è colmo di infinita riconoscenza per avermi fatto capire la necessità e la bellezza della sofferenza»: in questa frase si racchiude il senso dell'esistenza di Maria Marchetta. Nata a Grassano (MT), il 16 febbraio 1939, viene colpita in piena adolescenza da paraplegia flaccida, malattia che la conduce progressivamente all'immobilità. Dopo una reazione di rabbia, il letto, dove rimane bloccata per quattordici anni, si trasforma in un luogo di preghiera e di missione per la conversione del mondo al Vangelo. Formata nella Gioventù femminile di Azione cattolica e nel Terz'Ordine Francescano, abbraccia il mistero della croce e eletta risurrezione, maturando il proposito di offrire la sua sofferenza per l'unità dei cristiani. Muore il 7 aprile del 1966.


La santità di un’anima passa certamente attraverso la sofferenza sia fisica che spirituale; sembra nel leggere e studiare le biografie di tante belle figure di anime sante o avviate al riconoscimento della loro santità, che essa sia una costante obbligata nella loro vita; questo ci porta a qualche riflessione.
Ma se un santo o santa ha certamente sofferto, tutti quelli che soffrono sono santi? Cioè la malattia e la sofferenza sono normalmente causa di santità? Certamente no, perché per ogni anima che ha raggiunta la beatitudine attraverso la sofferenza, ve ne sono tantissime che hanno solo sofferto e basta, ma di loro non vi sono perenni ricordi.
Ripetendo un concetto chiarissimo del grande Dottore della Chiesa s. Agostino che dice: “Non è la pena che fa un martire, ma la causa”; è evidente che la pena la subiscono anche delinquenti e malfattori, ma essi non diventano martiri, ma è la ’causa’, cioè la motivazione e lo spirito per cui si soffre a dare il merito del martirio e della santità.
Maria Marchetta è una di queste anime, per 14 anni restò sofferente a letto, ma non è questo che la rese eccezionale, ma “il come” ci restò a vivere e soffrire.
Maria Marchetta che fra i suoi compaesani era soprattutto conosciuta come Maria Guarin, seguendo l’usanza dei soprannomi, nacque a Grassano il 16 febbraio 1939, centro agricolo della provincia di Matera, a circa 45 km dal capoluogo. I genitori Domenico e Filomena Bonelli, contadini, avevano cinque figli di cui Maria era la primogenita ed in casa si viveva una spiritualità francescana in maniera schietta e semplice e la piccola Maria poté dar sfogo alla vivacità di carattere, alla sua gran voglia di vivere, esuberante, chiassosa, quasi temeraria.
L’adolescenza trascorse fra scuola, famiglia, vicini di casa, parrocchia e Azione Cattolica; per frequentare la scuola media entra nel Collegio S. Chiara di Tricarico (MT) diretto dalle Suore Discepole, ma dopo pochi mesi, fra la titubanza delle suore, comincia ad avvertire uno strano male alle gambe, che si accentuerà durante le vacanze a casa, per il Natale 1951.
Nel gennaio 1952 ritornò al Collegio per riprendere il secondo trimestre, ma la situazione peggiorò, le gambe reagivano dolorosamente ad ogni movimento, con debolezza nel reggere il tronco in posizione eretta, con necessità sempre più progressiva, di stare in posizione coricata per avere un po’ di pace.
A 13 anni quindi dovette lasciare definitivamente il Collegio di Tricarico e ritornare a Grassano nel suo caratteristico rione di Capolegrotte, angosciata ma con la speranza di guarire dalla crisi reumatica (che si pensava fosse) che l’aveva colpita in così giovane età.
Purtroppo fino al 1966 anno della sua morte, non si alzerà più dal letto, si trattava di una paraplegia flaccida, diagnosticata da vari specialisti, uno anche svedese, la famiglia tentò di tutto per trovare una soluzione, ricorrendo anche alla medicina non ufficiale, magia, indovini, ecc.
Il taglio dei suoi lunghi capelli a cui teneva molto, il fallimento di ogni tentativo medico ufficiale o non ufficiale, persa ogni speranza, Maria cadde in uno stato di reazione e rabbia, sfociato in irascibilità, pianto disperato, bestemmie, profondo rimpianto per tutto quello cui avrebbe dovuto rinunciare dalla vita, a partire dalla sua indipendenza, persa praticamente nella sua prima gioventù.
L’unica posizione consentita è lo stare prona sul letto, appoggiata sui gomiti per tenere sollevati il busto e la testa; per qualsiasi movimento è dipendente dagli altri. Anche lo stare in poltrona non le è possibile, conati di vomito, vertigini le impediscono di cambiare posizione per alleviare gli ormai inseparabili dolori.
Le si mise al fianco, con un perenne sorriso, la zia Annamaria, donna semplice ma profondamente cristiana, che a Grassano indicavano con stima, come una ‘monaca di casa’, che seppe accogliere il mistero della croce di sua nipote e cercò di infondere in Maria una luce di speranza, di vitalità e amore anche in quella tremenda condizione.
Nel 1953 entrò nel Terz’Ordine Francescano, dove trovò la via per dare un significato alla sua straziante immobilità; nel 1954 partecipò nell’Azione Cattolica Femminile al programma generale dell’Associazione (Preghiera, Azione, Sacrificio) e in quello più specifico per le donne (Eucaristicamente pia, angelicamente pura, apostolicamente operosa); aderì all’Apostolato della Sofferenza, alla Crociata Mariana, alla Guardia d’Onore e come già detto al Terz’Ordine Francescano Secolare e fu un dotto e pio sacerdote padre Simplicio Cantore, frate minore francescano del convento di S. Maria di Potenza, a diventare suo direttore spirituale.
Insieme a lui organizzò la sua giornata ora per ora, dedicata alla preghiera, meditazione, svago e trattenimento con i visitatori, che ormai ogni giorno venivano da lei per parlare, chiedere consigli, ricevere coraggio; giunse ad offrirsi vittima di espiazione per la causa dell’unità della Chiesa.
Andò tre volte in pellegrinaggio a Lourdes, ma con la piena disponibilità nella volontà di Dio; chi l’ha conosciuta attesta che sorrideva sempre, non riuscendole di essere triste. Negli orari liberi amava ascoltare la radio, specie quella Vaticana, per seguire la vita della Chiesa e il Concilio che si stava svolgendo.
Partecipò intensamente agli incontri ecumenici del papa Paolo VI con il patriarca Atenagora e poi con il primate anglicano Ramsey, anzi in quest’ultimo incontro, scrisse al papa e all’arcivescovo confidando loro il suo atto di offerta della sua vita per l’Unità della Chiesa.
L’arcivescovo Ramsey, ritornato in Inghilterra le rispose con una lettera di ringraziamento, giunta in casa di Maria quando ormai la serva di Dio già dal 7 aprile 1966, aveva lasciato per sempre il suo letto di dolore, che sarebbe meglio indicare come un altare, di cui lei era la vittima sacrificale.
Era morta di Giovedì Santo a soli 27 anni ed i funerali per necessità liturgica si fecero in silenzio senza suoni né campane, ma con la partecipazione di tutti gli abitanti di Grassano e di una folla accorsa da ogni paese vicino; officiavano tre sacerdoti ma senza la celebrazione della Messa, il suo corpo fu tumulato in un loculo di proprietà della famiglia Vignola.
La diocesi di Tricarico ha concluso il processo diocesano in vista della sua beatificazione e ne ha trasmesso gli atti alla Congregazione Vaticana competente.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2002-09-14

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