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Venerabile Francesco Paolo Gravina Laico e fondatore

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Palermo, 5 febbraio 1800 - 15 aprile 1854


Francesco Paolo Gravina, principe di Palagonia e di Lercara Friddi, nacque nel 1800 a Palermo. Sua madre, Provvidenza Gravina e Gaetani (1774-1805), aveva sposato lo zio, Salvatore Gravina e Cottone (1742-1826), per garantire ai Gravina la continuità del titolo di principe (concesso nel ’600), poiché figlia unica di Ferdinando Francesco II: una norma testamentaria di Ignazio Sebastiano Gravina aveva creato questo meccanismo in previsione.
Fu l’ultimogenito della coppia, dopo due gemelli nati morti e quattro sorelle nate tra il 1792 ed il 1797 (Agata, Francesca Paola, Giulia, Gioacchina: la prima sposerà Vincenzo Grifeo principe di Partanna, le altre si monacheranno).
La sua famiglia, proveniente dalla Puglia e presente in Sicilia dal 1300, coltivava una devozione per il santo di Paola: infatti il suo nome fu esattamente Francesco di Paola Ferdinando […] Gravina. La sua educazione fu improntata agli insegnamenti della Chiesa Cattolica: sarà sempre un cristiano nella fede e nelle opere.
Ebbe una giovinezza spensierata appartenendo ad una famiglia tra le più influenti dell’isola (Palazzo Comitini sede in passato della prefettura di Palermo ed ora della provincia apparteneva ai Gravina).
Il padre di Francesco nei fatti non godeva del titolo di principe, ma nel loro palazzo residenziale la servitù e gli altri si rivolgevano a lui come tale. Durante l’epoca napoleonica i Gravina ospitarono tra gli altri Inglesi l’ammiraglio Nelson. Allora la corte borbonica si era trasferita a Palermo (a Napoli c’era Giuseppe Bonaparte), e per loro fu un periodo di particolare fulgore.
Francesco Paolo Gravina sposò nel 1819 la coetanea Maria Nicoletta Filangeri, figlia del principe di Cutò, la quale finì però ben presto per tradirlo con Francesco Paolo Notarbartolo, figlio del principe di Sciara (di quattr’anni più giovane di lei).
Non appena la notizia, che fermentava lentamente, si diffuse a Palermo, fu uno scandalo: nel 1829 il principe, che nel frattempo aveva adottato la misura di dormire in una camera per sé, raggiunto il limite dell’umana e cristiana sopportazione, ordinò all’usciere di casa di rispedire al mittente la consorte di ritorno una notte. Lei ritornò indietro volentieri. Non si sarebbero più rivisti.
Dopo la sua morte (il principe lascerà nel testamento la disposizione per Messe in suffragio di entrambi) lei sposerà religiosamente il Notarbartolo. Inizialmente la nuova condizione fu per lui, che aveva quasi trent’anni, difficile da affrontare: si ritirò a meditare sul da farsi.
Due erano le strade che aveva di fronte: divorziare, rifarsi una vita ed una famiglia per garantire quel meccanismo di successione (dalla moglie non aveva avuto figli) artificiosamente aggirato in precedenza; oppure rimanere coerenti in Cristo ed aprirsi a nuove prospettive. Prevalse questa seconda via, il Gravina non volle mai divorziare conformemente agli insegnamenti del Vangelo: ciò gli ha meritato l’appellativo di ultimo principe.
Iniziò il suo apostolato di carità e beneficenza quasi in sordina a Palermo. Tutti i suoi immobili diverranno a poco a poco centri di accoglienza per i poveri, gli emarginati ed i diseredati. Divenne in breve tempo noto per il suo attivismo nella testimonianza dei principi cristiani.
Dopo essere stato sindaco (chiamato allora pretore) di Palermo (1832-1834), gli fu affidata l’emergenza colera, che esploderà in Sicilia negli anni ’36-’37, nel capoluogo isolano, emergenza che superò tramite la creazione del Deposito di Mendicità, un ente per il ricovero degli indigenti. Nel 1839 divenne responsabile del Reale Albergo dei Poveri, un altro ente di concentramento, stavolta pubblico.
Nel suo palazzo che aveva destinato pure a struttura di accoglienza, alloggiava in una stanza vicino al suo segretario. La sua giornata trascorreva sovrintendendo ai suoi ricoveri.
Nel 1837 richiese ed ottenne per il Deposito di Mendicità il distaccamento di un gruppo di suore; e nel 1847 ci sarà la concessione ecclesiastica della regola per la nuova congregazione delle Suore di Carità del Principe di Palagonia (lui le aveva effettivamente chiamate di san Vincenzo de’ Paoli). È stato uno dei pochi laici ad aver fondato qualcosa di simile. Rimarrà suo sogno non esaudito quello di poter istituire un analogo ramo maschile per la mancata disponibilità di frati.
Il principe si era distinto anche a Lercara per il sostegno che dava alla popolazione bisognosa (in particolar modo durante l’epidemia colerica del ’37), e per la difesa dell’ambiente e della salute dell’intera comunità in relazione alla questione della lavorazione dello zolfo. Qui possedeva una miniera, dei terreni ed alcuni edifici. Tra gli altri: l’attuale Sala Principe di Palagonia (ex cineteatro) all’epoca da lui affidata ad una compagnia di attori, e Palazzo Palagonia sede attualmente del comune, immobili (entrambi allora dei magazzini) che dopo la sua morte furono acquisiti dal comune di Lercara.
Era solito venirvi ogni tanto, ma durante una sua visita, l’otto maggio 1849, fu assalito dalla folla e non vi mise più piede, non tralasciando però di avere ancora per Lercara una certa considerazione, nonostante l’amaro episodio, nelle sue opere di carità che avevano come centro Palermo.
La rivoluzione antiborbonica del ’48 lo vide schierato all’interno del parlamento siciliano (era membro della camera dei pari) in favore dell’indipendenza dell’isola. I Borboni ritorneranno nel ’49, ma lui per intima coerenza non farà abiura di quell’atto, a differenza di molti altri opportunisti, il che gli alienò le simpatie della corona.
Il principe morì all’età di 54 anni: per le sue esequie volle che la sua salma fosse vestita di un saio ed essere trasportato col capo appoggiato a una tegola come san Francesco. Il giorno del suo funerale, la salma fu seguita da una folla enorme e deposta nella chiesa di Baida, fuori Palermo. Nel 1958, i resti mortali sono stati traslatipresso la Casa madre delle sue Suore di Carità.
Il nulla osta per l’avvio della sua causa di beatificazione è stato rilasciato dalla Santa Sede il 23 aprile 1990. L’inchiesta diocesana si è quindi svolta a Palermo dal 20 dicembre 1990 al 30 ottobre 2000. Un’inchiesta suppletiva si è resa necessaria dal 31 ottobre 2001 al 22 febbraio 2002. Entrambe le inchieste hanno ricevuto il decreto di convalida l’11 ottobre 2002.
La “Positio super virtutibus”, consegnata nel 2005, è stata esaminata dai Consultori storici della Congregazione delle Cause dei Santi il 10 maggio dello stesso anno. I Consultori teologi e, in seconda battuta, i cardinali e i vescovi membri della stessa Congregazione hanno a loro volta emesso parere positivo.
Il 9 ottobre 2017, ricevendo in udienza il cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui Francesco Paolo Gravina veniva dichiarato Venerabile.

Autore: Danilo Caruso ed Emilia Flocchini

 


 

Anche dal fallimento di un matrimonio può nascere un capolavoro di santità. Siamo a fine Settecento, quando, per garantire ad una famiglia la continuità del titolo di principe, una ragazza è anche disposta a sposare lo zio di trent’anni più anziano; da essi nel 1800 nasce Francesco Paolo e la nobile famiglia dei Gravina salva così il titolo di principe di Palagonia e di Lercara Friddi.
Il principino, così ardentemente atteso, arriva nel periodo di massimo fulgore della sua dinastia e cresce nella spensieratezza e nell’agiatezza di una delle famiglie siciliane più influenti. Le testimonianze lo dipingono esuberante, affascinante e amante delle feste.
Ad appena 19 anni si sposa con una coetanea, che manco a farlo apposta è anch’essa figlia di principe, il che non le impedisce tuttavia, poco dopo il matrimonio, di tradire il marito con un altro giovanissimo principe, abitante in un palazzo distante pochi metri.
La tresca prosegue per anni, sotto gli occhi di tutti e con toni sempre più sfacciati, al punto che lei arriva a trascorrere con l’amante buona parte della notte, rincasando solo all’alba e alimentando il gossip della Palermo-bene, anche per la notorietà che circonda tutte le parti in causa.
Si può solo immaginare la sofferenza del marito tradito, e solo Dio sa quanto gli costi, dopo aver tentato per dieci anni di salvare il suo matrimonio, ordinare un mattino all’usciere di non aprire il portone di casa alla moglie, al ritorno dalla sua solita scappatella notturna, e di invitarla a tornare da dov’è arrivata.
Il principe di Gravina, ferito profondamente, perseguitato dalle malelingue (che in materia di corna trovano sempre terreno fertile), travolto dal disonore e dalla malinconia, si rinchiude in casa e cade in depressione. Così lo pensano davvero fuori di testa, quando un anno dopo lo trovano nei quartieri più poveri di Palermo, a regalar denaro a miseri e senza tetto, anche perché distribuisce senza parsimonia e senza criterio manciate di monete d’oro che attinge dalle sue sporte come da un pozzo senza fondo.
Devono però ricredersi quando, da questa beneficenza un po’ estemporanea e disorganizzata, il principe passa ad una carità meticolosamente oculata. Aderisce al Terz’Ordine Francescano, rifiuta il divorzio dalla moglie, della quale continua ad essere innamorato, e scarta subito l’idea di riformarsi una famiglia per assicurarsi un erede a tutti i costi. Soltantoi poveri saranno eredi delle sue immense proprietà, cioè di palazzi, ville, interi paesi e miniere di zolfo, campi di grano e vigneti e agrumeti e mandrie di animali.
In un periodo in cui la povertà è considerata un delitto e i poveri sono messi in carcere per la loro condizione e non per quanto di male da essi compiuto, egli apre le porte del suo palazzo per accogliere i senza tetto, riservando per sé una semplice stanzetta della sua immensa dimora.
Nel 1832 e per tre anni è sindaco di Palermo e in tale veste gli è più facile organizzare e gestire la sua lotta alla povertà, pensandola come un’autentica sfida di riscatto sociale. I suoi risultati sembrano davvero accontentare tutti se, al termine del suo mandato, il Comune gli chiede di continuare ad organizzare la beneficenza.
Contrasta così la povertà, non solo offrendo ai poveri un temporaneo sollievo, ma puntandoa “rifarli uomini” attraverso il lavoro, l’istruzione e la formazione religiosa, cioè restituendoloro dignità e autosufficienza.
Nel 1837 affronta l’emergenza del colera, che in poco tempo, miete ben 27 mila vittime: è l’unico a restare sulla breccia con un gruppo di donne, mentre clero e nobiltà si danno precipitosamente alla fuga. Terminata la fase acuta del contagio, per impedire che si disperda il patrimonio di carità eroica delle donne che lo hanno coadiuvato, sceglie tra esse le migliori, con le quali dà vita alle Suore di Carità: sarà, così, uno dei pochissimi laici fondatori di una congregazione di suore.
Incredibilmente ancora innamorato della moglie fedifraga e sempre fedele al sacramento del matrimonio, che ritiene indissolubile, vive in uno stato di perenne malinconia. Muore, si può dire, di crepacuore o di “mal d’amore”, a soli 54 anni: nel suo testamento, oltre a spogliarsi di ogni sua proprietà e ricchezza per i poveri e per le suore che li dovranno servire, c’è anche una disposizione per la celebrazione di Messe per la moglie, che dopo la sua morte potrà finalmente sposare l’amante.
Francesco Paolo Gravina, l’ultimo principe, è stato proclamato Venerabile il 9 ottobre 2017.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto/modificato il 2018-04-17

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