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Serva di Dio Maria Borgato Vergine orsolina secolare, martire

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Saonara, Padova, 7 settembre 1898 – Ravensbrück, Germania, primavera 1945

Maria Borgato (al Battesimo Luigia Maria Pulcheria, solo Luigia sulla carta d’identità) nasce a Saonara, in provincia di Padova, il 7 settembre 1898. Desiderosa di consacrarsi a Dio e di partire missionaria, viene respinta da varie congregazioni a causa di una menomazione fisica: è nata, infatti, con una lussazione all’anca destra. Per mantenersi lavora come ricamatrice. In seguito entra nella Compagnia di Sant’Angela Merici, che le permette di vivere la consacrazione restando in famiglia. Dopo l’8 settembre 1943, coinvolge tutto il suo paese nell’aiutare i prigionieri sbandati. Insieme alla nipote Delfina, entra poi nel gruppo di solidarietà fondato dal francescano padre Placido Cortese (anche per lui è aperta la causa di beatificazione) per far espatriare in Svizzera il maggior numero possibile di fuggitivi. La loro azione dura fino al 13 marzo 1944, quando un gruppo di tedeschi e fascisti irrompe nella loro abitazione. Maria e Delfina vengono imprigionate, ma si separano al momento di essere trasferite nei campi di concentramento. La zia viene deportata a Ravensbrück, dove, tra umiliazioni e patimenti, consola le compagne di prigionia e prega continuamente. Muore intorno alla fine di aprile del 1945; il suo corpo viene bruciato nel forno crematorio. L’inchiesta diocesana per la sua causa di beatificazione e canonizzazione, volta a dimostrare il suo martirio in odio alla fede, si è svolta a Padova dal 14 gennaio 2015 al 6 ottobre 2018.



Per le strade del suo paese non passa inosservata. E non, come si potrebbe immaginare, per la sua particolare avvenenza (in effetti è gracile, minuta, con una salute instabile, fisicamente quasi insignificante), piuttosto perché zoppica vistosamente. È una disabile, insomma, nata con una lussazione all’anca destra, cui non ha potuto porre rimedio neanche l’intervento che ha subito a sei anni, per il quale ha sofferto tantissimo al punto da rifiutare in seguito altre operazioni.
A causa di questa menomazione non ha mai gradito le amicizie chiassose né partecipato ai giochi dei coetanei, in compenso si è sempre sentita attratta verso la chiesa e le pratiche di devozione, coltivando anche il sogno di farsi suora e per di più missionaria. Peccato che la sua disabilità la renda inadatta a qualsiasi congregazione e le vieti, in particolare, di sognare la missione, per la quale servono invece donne dalla fede grande e dal fisico robusto, cioè l’opposto del suo.
Il riscatto della missionaria mancata Maria Borgato, proveniente da una semplice famiglia padovana di umili contadini credenti, parte proprio di qui, dalla fede grande che le è stata donata e da lei sempre alimentata, che piano piano trasforma la sua vita in dono: se non in terra di missione, certamente a casa sua, nel suo paese, tra le famiglie, in parrocchia dove fa la catechista.
Nata a Saonara nel 1898, vive nella casa paterna, insieme alla famiglia del fratello Giovanni, si mantiene con la sua attività alla scuola di ricamo aperta in paese, che è l’unico lavoro adatto per una zoppa come lei, ma le sue giornate sono lunghe e faticose, riempite di preghiera, di sacrificio e di intenso lavoro in gran parte dedicato agli altri.
«Servire il prossimo in punta di piedi, soprattutto i più bisognosi, era lo scopo principale della sua vita, perché nel prossimo vedeva e incontrava Gesù», dicono le testimonianze raccolte in questi anni, ricordando che «è lei a ricamare le tovaglie per gli altari, a pulire la chiesa, a prendersi cura del cappellano che manca di tutto, a soccorrere una ragazza madre nel bisogno, a rimanere per quaranta giorni in isolamento con un nipote colpito da difterite evitandogli così il ricovero in un lazzaretto».
Entra in contatto con la Compagnia di Sant’Orsola fondata da Sant’Angela Merici, vi aderisce, ne adotta la regola di vita e ne prende i voti.
Dopo l’armistizio, nel clima di sbandamento e confusione che fa seguito all’8 settembre 1943, il suo esempio e la sua dedizione stimolano la solidarietà delle famiglie del paese nei confronti dei tanti prigionieri sbandati che cercano di evitare la deportazione in Germania nascondendosi nei campi e nei fossi e bussando di notte alle case contadine più isolate per trovare cibo e abiti civili.
In paese, dove si ha stima e rispetto per questa donna semplice che, pur zoppicando, arriva a tutti e si fa in quattro per aiutare qualcuno, sono molte le famiglie che prendono esempio da lei. Mettono così il poco che hanno a disposizione di questa accozzaglia multietnica formata da sudafricani, australiani, neozelandesi, perlopiù appartenenti all’Ottava Armata inglese catturati durante la guerra d’Africa, rinchiusi in campi di prigionia, che dopo l’8 settembre si sono dati alla macchia e ora stanno cercando semplicemente di evitare di essere tradotti in Germania.
Per dare la misura del fenomeno di questo sbandamento basta pensare che il comando tedesco di Padova ha messo anche una taglia: 1.800 lire per chi consegna un prigioniero inglese; 5.000 lire se il prigioniero è un ebreo. Come alternativa si può anche “scambiare” il prigioniero ottenendo in cambio il rilascio di un familiare deportato. Si vive in un clima di reciproco sospetto e di delazione che spacca le famiglie e i rapporti di vicinato.
Maria, sempre in prima linea quando c’è da fare del bene, sente non solo che non può tirarsi indietro, ma che anzi è arrivato il momento di passare dal gesto di buon cuore e dall’occasionale opera di carità cristiana ad un’organizzata azione di intervento che consenta di salvare dalla deportazione il maggior numero di prigionieri, facendo varcare loro il confine svizzero.
Così, quando tramite la farmacista del paese viene a conoscere la staffetta di solidarietà che padre Placido Cortese, dalla basilica di Sant’Antonio a Padova, è riuscito a mettere in piedi per tutto il Veneto, vi aderisce con slancio, senza neanche pensarci troppo su. Si tratta, innanzitutto, di raccogliere quanto serve per sfamare quelle bocche in più, ma anche di trovare i soldi necessari per organizzare il loro “viaggio della salvezza”.
Maria, con quella sua povera gamba più corta dell’altra, non può pedalare e forse nemmeno ha mai imparato ad andare in bicicletta. Ingaggia allora la nipote Delfina, di soli sedici anni, la figlia di suo fratello Giovanni che lei sempre ha considerato come sua figlia, che dorme in stanza con lei e che ha educato alla fede come la più affettuosa delle madri. Sarà lei a pedalare di casa in casa, dove zia la manda, perché essendo catechista da oltre vent’anni conosce tutte le famiglie e nessuna potrebbe dire di no ad una donna che non chiede per sé, ma solo per fare del bene.
La casa dei Borgato diventa così centro di raccolta viveri e vestiario, ma funziona egregiamente anche come punto di prima accoglienza dei prigionieri, che qui vengono medicati, rifocillati e forniti di nuovi abiti per essere pronti ad iniziare il viaggio. Qui vengono ospitati e nascosti fino al giorno della partenza, perché Maria e Delfina si sono prese anche l’impegno di accompagnarli, di notte, alla prima tappa (per lo più la stazione di Padova), dove saranno presi in consegna da altri volontari e così, di tappa in tappa, accompagnati fino al confine di Mislianico, dove alcuni contrabbandieri, pagati dagli stessi volontari, li faranno entrare in territorio svizzero. Si calcola che almeno una cinquantina di prigionieri, tra i centotrenta che si aggiravano in paese, siano stati così salvati dalla deportazione grazie all’impegno di Maria e Delfina.
Tutto questo fino alla notte del 13 marzo 1944, quando tedeschi e fascisti sfondano la porta di casa Borgato, mettendola a soqquadro e portandosi via, tra gli altri, Maria e Delfina e smantellando tutta la loro fittissima rete di solidarietà. Anche padre Placido sarà fatto “sparire” e per lungo tempo nulla si saprà della sua fine cruenta. A tradirli è uno dei loro ospiti, accompagnato come gli altri alla frontiera, al quale probabilmente ha fatto gola la taglia promessa dai tedeschi.
Le due donne, insieme a molte altre delle loro collaboratrici, vengono incarcerate a Venezia, poi, dopo quattro mesi, a Bolzano. Dal carcere veneziano Maria riesce a comunicare sue notizie ai familiari, con un foglietto sgrammaticato come la sua poca cultura le permette di fare, che si conclude con parole di speranza: «non crucciatevi per me, la mia vita l’ho data a Dio perciò il soffrire è per me un vantaggio che vedrete in cielo».
È lei, piuttosto, a preoccuparsi per la nipote Delfina così giovane, quasi pentita di averla attirata in quest’impresa e di averla esposta ad un tale rischio. Quando le separano ha il tempo di sussurrarle: «Offro volentieri la mia vita perché almeno tu possa ritornare a casa viva».
Delfina, con le compagne più giovani, è deportata prima a Mauthausen poi a Linz. Maria, invece, con alcune altre, è dirottata a Ravensbrück, 80 km a nord di Berlino. Vi arriva a marzo 1945, una manciata di giorni prima della liberazione, e mentre a ciascuna viene assegnato un lavoro manuale, per lei, disabile e quindi non produttiva, si aprono ben presto le porte del forno crematorio.
Non si saprà mai il giorno esatto della sua eliminazione, semplicemente non la troveranno più, come tante altre “passate per il camino”. Delfina invece tornerà a casa sana e salva, secondo il desiderio e la preghiera della zia. Fino alla morte, avvenuta il 13 maggio 2015, a ottantotto anni, ha testimoniato alle nuove generazioni l’orrore e la brutalità dei lager nazisti.
Insieme alle altre che l’avevano conosciuta, ha testimoniato anche della fede di zia Maria, delle umiliazioni che le han fatto patire, delle pene che le han fatto soffrire. È così emerso che pregava sempre, anzi si chiudeva addirittura nella latrina per poter ultimare le sue devozioni senza essere disturbata o derisa dalle compagne, ma è venuta anche fuori la delicatezza con cui si fermava a consolare, confortare, accarezzare quelle che soffrivano e piangevano.
Così per 70 anni, non lasciando mai cadere il ricordo e la sofferta testimonianza di fede di quella piccola donna, claudicante e insignificante, tanto che la diocesi di Padova ha finito per decidersi di avviare l’inchiesta per la sua canonizzazione, iniziata nel 2015. Delfina Borgato, prima di morire, ha potuto deporre come testimone “de visu” sull’eroismo della donna zoppa, che si era fatta dono. Fino alla fine. 

Autore: Gianpiero Pettiti
 



A partire dall’8 settembre fino alla liberazione, il Veneto, e non per pochi giorni, subisce la logica ferrea e disumana della guerra civile. Viene a mancare l’autorità legittima. Il ritmo della vita è scompaginato da un continuo viavai di truppe. Le forze di occupazione sia fasciste sia tedesche, si appropriano della vita privata. Gli ammassi e le requisizioni sono all’ordine del giorno, non c’è tregua nelle famiglie per i frequenti bandi di leva che incalzano i giovani e i renitenti. I bombardamenti notturni e diurni sulla città e sui raccordi stradali e ferroviari accumulano i morti e aggravano enormemente i disagi ai civili, che tentano di sfollare. La guerra che imperversa - scrive Pierantonio Gios - si sbriciola localmente in guerriglia snervante e in terrorismo insidioso; gli infiltrati e i provocatori si moltiplicano; lo spionaggio suscita il controspionaggio; gli eroismi si accoppiano quasi ai tradimenti. In questo clima di diffidenza generalizzato e di sfiducia elevata, anche fra i civili stessi, i paesi e le parrocchie si arrangiano come possono. È in questo contesto che va considerata l’azione di aiuto messa in atto dalle sorelle Borgato, le sorelle Martini, padre Placido Cortese e altre persone coraggiose, attive e vicine al gruppo FRA-MA (iniziali di Concetto Marchesi-Ezio Franceschini)1. Maestro l’uno e allievo l’altro, costituirono una efficiente rete clandestina che collegava Padova con la Svizzera, dove Marchesi teneva i contatti con le rappresentanze diplomatiche e gli agenti anglo americani e del governo legittimo del Sud. Con loro operava l’industriale Giorgio Diena, proprietario della Zukermann e Diena (poi Zedapa) una delle maggiori fabbriche di Padova.
Luigia Maria Pulcheria Borgato dei Soti (era questo il soprannome della famiglia), chiamata semplicemente Maria, nata nel 1898, dopo aver frequentato le prime due classi della scuola elementare, lavora presso la scuola di ricamo della contessa Pia di Valmarana e insegna catechismo ai bambini del suo paese. Abita con i genitori e la famiglia del fratello Giovanni. Si occupa dell’educazione religiosa della nipote Delfina che dorme nella sua stessa stanza e per la quale nutre un grande affetto. Fin da ragazza si disinteressa di divertimenti e di compagnie rumorose e allegre, e frequenta con assiduità la chiesa. Vorrebbe diventare suora ma ciò non le è consentito a causa di una lussazione congenita all’anca che la fa zoppicare. Si fa quindi suora laica aderendo alla Compagnia di S. Orsola, di cui frequenta gli incontri mensili che si tengono a Liettoli di Campolongo Maggiore (VE). Fa il noviziato nel 1919 e l’anno seguente la professione, con il vincolo giuridico della promessa prevista dalla Compagnia di S. Orsola. Nel 1941, a 43 anni di età, fa il voto di castità. Quel giorno, ricorda Delfina, ci fece una sorpresa: tornata da un viaggio a Padova, ci offrì dei confetti e disse: Oggi è la mia festa, ho fatto i voti e quindi sono diventata suora a tutti gli effetti.
Vicino alla casa dei Borgato, nella boaria degli Sgaravatti, c’è un campo di lavoro nel quale sono rinchiusi circa 130 prigionieri alleati catturati durante la guerra d’Africa, per lo più appartenenti all’Ottava Armata inglese, ma di varia nazionalità: molti sono sudafricani, australiani, neozelandesi. Gli Sgaravatti, grandi vivaisti di Saonara, rimasti senza manodopera maschile a causa della guerra, hanno infatti ottenuto dal prefetto il permesso di utilizzarli nel lavoro dei campi. Nel tempo libero i prigionieri possono uscire dal campo e andare in paese, dove instaurano rapporti di conoscenza con alcuni abitanti, per lo più contadini, con i quali barattano i viveri forniti loro dalla Croce Rossa - latte condensato, gallette, zucchero, cioccolata, sapone, sigarette - con generi alimentari freschi o con abiti civili. Ma dopo l’8 settembre i tedeschi li ricercano per portarli in Germania. In ottobre il comando tedesco di Padova mette addirittura una taglia di 1.800 lire per chi consegna un prigioniero inglese; 5.000 lire era la ricompensa se il prigioniero era un ebreo. Va ricordato che allora erano circa 9.000 gli inglesi nel Veneto (2000 solo a Padova). Molti cominciano a essere sospettosi. Sia gli ebrei e sia i soldati inglesi preferiscono tentare la fuga verso la Jugoslavia o la Svizzera. Nei 20 mesi di vita della RSI la caccia all’ebreo rappresentò un aspetto di normalità quotidiana. Per molti ebrei l’espatrio in Svizzera rappresentava un miraggio (stanco di nascondersi, il vice rabbino di Padova Eugenio Coen Sacerdoti con la moglie si consegnò spontaneamente fu rinchiuso prima a Vo’ Euganeo e poi deportato e ucciso ad Auschwitz).
È così che i prigionieri sbandati si nascondono nei campi, nei fossi, bussando la sera alla porta delle case contadine isolate, com’è quella dei Borgato.
Sono diverse le famiglie contadine che li aiutano, nonostante i bombardamenti angloamericani. Maria diventa subito l’organizzatrice degli aiuti. Mette in moto tutta la sua rete di conoscenze: essendo maestra di catechismo, conosce quasi tutte le famiglie del paese e sa di chi può fidarsi. Non potendo andare in bicicletta a causa della lussazione all’anca, manda la nipote Delfina a raccogliere viveri e indumenti. Ma con l’avanzare dell’autunno i prigionieri non riescono più a nascondersi nella campagna ormai spoglia. È allora che, tramite la farmacista del paese, sua amica, abitante a Padova, entra in contatto con le sorelle Martini, già collegate alla rete di padre Placido Cortese, conventuale della Basilica del Santo. Così Maria e la nipote Delfina, sedicenne, iniziano a organizzare i viaggi dei prigionieri alleati sbandati, accompagnandoli in un primo tempo al porto di Chioggia (riuscivano a fuggire aiutati da padre Domenico Artero), poi a Padova, dove vengono presi in consegna dalle Martini e portati fino a Oggiono al confine svizzero. Le Borgato riescono così a portare in salvo una cinquantina di alleati.
La notte del 13 marzo 1944, tedeschi e fascisti, avvertiti da una spia, entrano in casa Borgato, mettendo tutto a soqquadro, e caricano su un camion Maria, Delfina e suo padre Giovanni. Il giorno seguente sono arrestate Elisa Girardi e il figlio Gino Battan di S. Angelo, Maria Raimondi di Piove di Sacco, Milena Zambon, Teresa e Liliana Martini di Padova. Vengono tutti incarcerati a Venezia a Santa Maria Maggiore. Maria, per pregare, si chiude in bagno perché le compagne di cella la disturbavano la prendevano in giro. Dal carcere scrive alla famiglia: portiamo compazienza questa croce [...] tuti dobiamo sofrire ed espiare per otenere la tanto sospirata Pace. Non corucciatevi permè la mia vita lodata a Dio perciò il sofrire è permè un vantagio che vedrete nel cello.
Dopo quattro mesi di carcere, con altre 15 donne e una cinquantina di uomini, il 27 luglio le due Borgato sono trasferite al carcere di Bolzano. Delfina, Liliana e Teresa Martini e le altre prigioniere più giovani, dopo una settimana, sono deportate in Austria, prima nel lager di Mauthausen poi a Linz.
Maria, il 7 ottobre, è trasferita, assieme a Milena Zambon, Maria Zonta, Anna Baldisserotto di Arzignano (Vicenza), Maria Raimondi Vidale di Piove di Sacco, Elisa Girardi Battan di Sant’angelo, Maria Mocellin di Fiesso d’Artico, al blocco 17 del lager prevalentemente femminile di Ravensbrück, a 80 km a nord di Berlino. Il viaggio di trasferimento da Bolzano dura quattro giorni. Le donne sono chiuse, in più di cinquanta, in un vagone blindato senza luce, senz’aria. Non le fanno mai scendere nemmeno per i bisogni fisiologici.
Arrivate al lager - sono in tutto 113 italiane -, dopo un lunghissimo appello e una doccia ora bollente ora gelida, vengono fatte sfilare, tutte nude, e ancora bagnate, in cortile, per l’umiliazione della visita; vengono fatte rivestire, senza biancheria intima, con casacche e zoccoli spaiati appartenuti alle precedenti prigioniere. Vengono poi separate a seconda dei lavori assegnati: trasporto sabbia e carbone, produzione di fili elettrici, manometri, trasmettitori per la Siemens sotto il diretto controllo dei dirigenti dell’azienda stessa. Dopo 25 giorni, alcune di loro, fra cui Maria Zonta e Maria Raimondi, vengono trasferite a Henningsdorf, a 13 km da Berlino, adibite alla costruzione di pezzi di aeroplani. Altre, fra cui Milena Zambon e Maria Mocellin, sono portate nel lager di Wittenberg per costruire pezzi per aeroplani stukas. Maria Borgato, invece, in condizioni di salute precarie, quindi inabile al lavoro, viene lasciata a Ravensbrück. Quando le altre vi torneranno, una decina di giorni prima della liberazione, non la ritroveranno più.
Maria Raimondi ricorda che in quell’orrore del lager, Maria Borgato, sostenuta dalla sua grande fede, non si lamenta mai. Ogni mattina, prima delle quattro, s’inginocchia e celebra tutta la messa, sottovoce, da sola. La Raimondi la vede piangere una sola volta, quando, nuda, con le braccia incrociate sul petto per vergogna, avanza lentamente, con il suo passo zoppo, per andare alla visita. Era un’anima santa. Aveva una fede da trasportare le montagne, dice Milena Zambon.
Dopo la guerra vengono effettuate delle ricerche da parte di carabinieri e questura che raccolgono le testimonianze delle donne che sono state con Maria a Ravensbrück, tra cui Maria Raimondi, Maria Zonta, Anna Baldisserotto. L’Internationaler Suchdienst di Arolsen (cioè il Servizio internazionale ricerche) della Croce Rossa non riesce a ritrovare tracce di Maria Borgato successive al mese di marzo 1945. Scopre solo che Maria è stata, negli ultimi tempi della sua prigionia, trasferita nel campo di annientamento, ex-sottocampo della Siemens, chiamato Jugendlager perché originariamente destinato alla riabilitazione delle giovani tedesche. Ai familiari viene quindi fatto pervenire un atto di morte presunta. Nel 1979 il Comune di Saonara le dedica la piazza municipale.


Autore:
Patrizio Zanella

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Aggiunto/modificato il 2019-09-06

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