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> Home > Sezione Servi di Dio > Servo di Dio Ettore Vernazza Condividi su Facebook Twitter

Servo di Dio Ettore Vernazza Laico, fondatore

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Genova, 1470 circa – 27 giugno 1524

E’ il rappresentante insigne tra i figli spirituali di Santa Caterina da Genova, che fu maestra del “Divino Amore” e seppe infiammare il cuore di tanti eroi della carità nella sua Genova. Ettore svolgeva la professione di notaio, era sposato e padre di tre bambine; ancor giovane, rimasto vedovo, decise di dare alla sua vita una svolta in nome di quella carità che lo spingeva ad operare il bene con l’influenza della sua carica, e si ritirò a vivere nell’Ospedale degli Incurabili per poterli servire di persona. Si contraddistinse per la fortezza e tenacia virile con cui estese in altre città d’Italia le opere di carità già promosse a Genova, incrollabile di fronte alle difficoltà che si opponevano al bene del prossimo. Ebbe a cuore ed operò a favore degli orfani, dei malati che altri ospedali non accettavano perché definiti incurabili, delle donne che volevano riscattarsi da una miserabile vita, dei carcerati. Ad ogni bisogno, questo laico intraprendente nella carità sapeva rispondere con il suo gran cuore e mettendo a servizio del bene la sua geniale professionalità. Fu il fondatore della Compagnia del Divino Amore e delle suore Figlie di San Giuseppe di Genova. Morì da eroe della carità, contraendo dai suoi assistiti la peste. Ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede in data 8 settembre 2007, la fase diocesana della causa di beatificazione si è tenuta nell'Arcidiocesi di Genova dal 30 marzo 2008 al 9 novembre 2018. Suo figlia, Battista Vernazza, è già stata dichiarata Venerabile.



Ettore Vernazza era un ricco e potente notaio genovese del XV secolo, rimasto vedovo, che decise di dedicare la sua vita a Dio e al prossimo, insieme a personaggi che diverranno dogi, senatori, papi. Oltre che alla carità, costoro si dedicavano a contrastare la generale decadenza della Chiesa, cui appartenevano con molta devozione, propria di quell’epoca.
In particolare, l’azione di instancabile organizzatore del Vernazza fu quella di creare, per primo in Europa, i cosiddetti “Ospedali degli Incurabili”, prima a Genova (1497), poi a Roma (1515) e Napoli (1517), e di conseguenza: Palermo, Firenze, Bologna, Savona, Brescia, Padova, Venezia.
Chi erano, a quest’epoca, gli “incurabili”? Erano i sifilitici. La sifilide era entrata in Italia, probabilmente, al seguito degli eserciti di Carlo VIII e delle migliaia di meretrici che lo accompagnavano. Si trattava di una malattia trasmessa per contagio sessuale, che colpiva prima le parti intime, per poi estendersi a tutto il corpo, sino ad intaccare la psiche e il sistema neurologico. “Propiziata da Venere – scrive il Cosmacini –, è micidiale come Marte”. Fu la lebbra, o meglio, la peste dell’età rinascimentale. Era un male dilagante, dichiara un testimone dell’epoca: “Le persone si coprivano di grandi vesciche, pustole e ascessi su tutto il corpo ed erano talmente trasformate che guardarle era cosa orribile e spaventosa”.
Gli ospedali, compreso il Pammatone, rifiutavano questi “incurabili”, maleodoranti, contagiosi e fetidi. Vernazza, invece, si dedicò proprio a loro e invitò a guardarli “come se fossero non uomini, ma quasi portatori in sé della persona stessa di nostro Signore”.
Egli fu sostenuto, in quest’opera, a Genova, dalle sue influenti relazioni; a Napoli dalla nobile catalana Maria Lorenza Longo, della quale fu saggio ispiratore; a Roma dal Papa Leone X, che gli mise a disposizione l’antico Ospedale di san Giacomo in Augusta, allora fatiscente e bisognoso di completa ristrutturazione, dotandolo di privilegi fiscali ed economici, e persino offrendo “l’indulgenza plenaria per quanti avessero versato almeno dieci ducati d’oro per la cura degli infermi”.
Instancabile nella preghiera e nell’azione, questo notaio che avrebbe potuto fare ben altra vita, si occupava anche degli orfani, dei poveri vergognosi, degli schiavi da riscattare, finché alla fine della vita, fu chiamato a costruire il Lazzaretto di Genova, alla foce del Bisagno.
Vernazza conosceva bene la peste, implacabile nemica sempre pronta ad infiltrarsi in una città portuale come la sua, ed era proprio a causa di questa che aveva conosciuto la Compagnia del Mandilletto e Caterina stessa. Il lazzaretto, voluto anche dal doge, venne edificato, soprattutto grazie alle ricche donazioni di personaggi altolocati, ma anche di un’umile benefattrice, di un calzolaio di nome Paolo de Soprano, del Banco di San Giorgio e di tanti altri generosi donatori privati.
“Alla Compagnia della Carità, una nuova istituzione scaturita dal genio cristiano di Vernazza e che Leone X ha nel frattempo approvato, il 28 gennaio 1520, con la bolla Illius qui charitas est, viene affidato il compito di sovrintendere al completamento dei lavori e di convogliare altre eventuali aliquote, derivate da lasciti pubblici, nella pentola comune. Insomma, quando, all’inizio dell’estate del 1524, la grande Eguagliatrice proietta l’ombra della sua falce sui cieli d’Italia, le strutture ospedaliere a Genova sono ormai pronte per il collaudo. Ed è pronta anche, per riprendere l’espressione di padre Cassiano, la principale delle vittime sacrificate nel simbolico olocausto. Si chiama Ettore Vernazza. Ha cinquantaquattro anni, tre figlie claustrali e una instancabile storia di bene alle proprie spalle”.
Morì chino come fra Cristoforo sui bubboni dei suoi malati, assistendo i quali contrasse la peste. Fu testimone, come tanti, del carattere soprannaturale della carità di Cristo.


Autore:
Francesco Agnoli


Note:
Per approfondire: www.figliedisangiuseppe.org
Alessandro Massobrio "Ettore Vernazza. L'apostolo degli incurabili" Città Nuova Editrice

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Aggiunto/modificato il 2018-11-04

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