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Servo di Dio Vinicio Dalla Vecchia Laico

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Perarolo di Vigonza, Padova, 23 febbraio 1924 - Val di Fassa, Trento, 17 agosto 1954


È un giovane dalla schiena diritta, profondamente innamorato della vita, della fidanzata, della scuola, della montagna. Ed è solo quest’ultima a tradirlo, perché nelle altre gli è riuscito di fare autentici capolavori. Nasce il 23 aprile 1924 in una frazione di Vigonza, in provincia di Padova, figlio di agricoltori che da fittavoli si stanno trasformando in piccoli proprietari della terra su cui sudano e lavorano. Per questo il suo destino è scontato: se gli piace studiare, visto che è intelligente e “patito” per i libri, deve essere un giorno perito agrario, per saper sfruttare al massimo la terra, frutto di tanti sacrifici. Vinicio si adegua, fino al giorno in cui gli riesce di prendere in mano la vita da solo. Fino ai 19 anni, infatti, è un ragazzo come tanti, buon giocatore di calcio, gran divoratore di libri, studente modello, con il diploma di perito agrario in tasca e tanti sogni nel cassetto. Con una marcia in più, perché il suo nuovo parroco ha saputo attirarlo in parrocchia, “strappandolo” alla parrocchia vicina che lui abitualmente frequenta, e fare di lui un “delegato Aspiranti” dotato di un carisma eccezionale, grazie anche al suo fare semplice e al suo talento calcistico. Tutte cose buone che, comunque, non bastano a dare una virata decisiva alla sua vita. Nel 1943, invece, partecipa ad un corso di esercizi spirituali a Bassano del Grappa, dai quali esce rinnovato, determinato ed entusiasta. In quei giorni intensi gli è riuscito di capire che la vita, per essere degna di essere vissuta, non può essere stancamente trascinata, ma deve essere vissuta in pienezza. Per questo dice al suo “don” di essere arrivato alla soluzione dastica del “o tutto o niente”: “o faccio la comunione tutti i giorni o non la faccio mai, o  prego con la mia vita sempre o mai”. Non è però radicalismo e neppure intransigenza: è semplicemente saggia determinazione di chi sa che della vita non bisogna sprecar neppure un attimo, perché “tutto è dono”, ma di ogni cosa si dovrà render minuziosamente conto. Promette a se stesso che “non insegnerò mai agli altri ciò che non abbia io stesso vissuto e praticato” e lo concretizza in un “regolamento di vita”semplicemente impegnativo: comunione, meditazione e rosario quotidiani, confessione settimanale, ora di adorazione mensile. E lo strabiliante sta nel fatto che su questa strada riesce a trascinare anche altri giovani della parrocchia, grazie all’ascendente che ha su di loro. Anche il futuro da perito agrario non gli basta più, pensa a diventare medico, perché gli sembra essere il “miglior modo di essere vicini agli uomini”. Ormai la sua vita è completamente bruciata dal desiderio di far qualcosa per gli altri, per avvicinarli a Dio. Studia così come privatista, per conquistare prima il diploma di geometra  e poi la maturità scientifica, che gli consenta di accedere alla Facoltà di Medicina. Intanto aumentano i suoi impegni in parrocchia e in diocesi, con incarichi sempre più gravosi, che Vinicio affronta con il suo slancio di laico che l’Azione Cattolica ha formato e reso maturo. È costretto ad autentici equilibrismi per onorare i vari appuntamenti della sua sempre fittissima agenda, non trascurare la sua vita spirituale e, contemporaneamente, non essere in ritardo con la sua laurea, che puntualmente arriva nel 1951 a coronare un brillante percorso scolastico. Subito gli si spalancano le porte della professione, nell’ambito della medicina del lavoro e come Ispettore Inadel; si specializza in malattie dell’apparto respiratorio, ma soprattutto si distingue nell’assistenza e nella cura dei malati, che di mattino presto e a sera tardi fanno la fila davanti a casa sua. Ed è lì che si capisce perché abbia voluto fare il medico: ha una carica umana da vendere, una sensibilità speciale, un’attenzione agli altri davvero invidiabile. E poiché la sua carità e la sua dedizione sono a 360 gradi, eccolo tuffarsi anche in politica, a tener comizi ed organizzar sfilate, per dire che bisogna schierarsi e prendere le parti dei più deboli. Ha la fidanzata che si merita, innamorata come lui dei valori autentici che riescono a far grande una vita. Abituato a “guardare in alto”, ad andare “sempre avanti” e a superare se stesso, cerca nella montagna il mezzo per avvicinarsi sempre di più a Dio. Il 17 agosto 1954, mentre con un sacerdote salesiano, suo cugino, intraprende la scalata della parete est del Catinaccio, in Val di Fassa, precipita da un’altezza di 40 metri trascinando con sé il cugino. Muoiono entrambi sul colpo, ma per Vinicio Bonifacio Dalla Vecchia non è la fine: sopravvivono la sua testimonianza e il suo esempio che, a 50 anni dalla morte, hanno portato all’apertura della causa di canonizzazione, conclusasi nel 2007 a livello diocesano ed oggi avviata alla Congregazione dei Santi.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto/modificato il 2011-01-15

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