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Madonna del sangue Venerata a Re (VB)

29 aprile

Miracolo del 29 aprile 1494

Nel cuore della Val Vigezzo l’imponente santuario custodisce l’immagine di Maria con il Bambino protagonista nel 1494 di un sanguinamento miracoloso. Il suo messaggio è ancora attuale: «Maria ci offre Gesù perché lei è la via più sicura per arrivare al Figlio»



Un grappolo di case abbarbicate tra la montagna e il fiume, a 710 metri d’altezza, nel punto che fa da spartiacque tra il dolce paesaggio della Vigezzo, la “valle dei pittori”, e l’esordio della tormentata discesa nel cuore delle Centovalli, verso il confine con il Canton Ticino. Con i suoi 770 abitanti, sparsi in un dedalo di frazioni, Re dovrebbe forse un po’ di notorietà solo al fatto che condivide con altri quattro paesi il record del Comune italiano con il nome più corto, due lettere.

Il miracolo del Sangue
Ma il suo destino è cambiato radicalmente, grazie a un miracolo, nella primavera di 524 anni fa. Ce lo ricorda padre Giancarlo Julita, da trent’anni rettore dell’imponente basilica che si staglia come un gigante di pietra all’orizzonte. «In quello che allora, il 1494, era un piccolo villaggio appartenente al ducato di Milano c’era una chiesetta dedicata a san Maurizio. Sul muro esterno si trovava un affresco raffigurante la Madonna che allatta Gesù Bambino.
La sera del 29 aprile, infuriato perché aveva perso al gioco della piodella, che consisteva nel gettare un sasso il più vicino possibile a delle monete sparse in terra, un valligiano, Giovanni Zucono, poi soprannominato Zuccone, scagliò un sasso contro l’affresco, colpendo in piena fronte l’immagine della Vergine». Quel gesto sacrilego ha cambiato la storia di Re, un paese che diversamente sarebbe rimasto bello e anonimo, come tanti altri disseminati ai piedi delle Alpi. Infatti, dalla notte del 29 aprile al 18 maggio successivo, a intervalli, dall’immagine della Madonna con in grembo il Bambino, scaturì copioso del sangue che i devoti asciugarono con panni di lana e strisce di seta, mentre il parroco ne raccolse alcune gocce in un calice. Il miracolo è documentato in due atti pubblici, redatti da notai dell’epoca e controfirmati dalle massime autorità della valle, i podestà Daniele Crespi e Angiolino Romano.
Attirati dalla notizia del miracolo, arrivarono subito i primi gruppi di devoti. «I pellegrinaggi erano già iniziati nel 1494», scrive lo storico rosminiano don Tullio Bertamini, autore della più documentata e voluminosa - 860 pagine - storia del santuario, «e altri ne seguirono costantemente, nonostante la “via silvestre e sassosa” di cui parlano i visitatori pastorali». Ma la svolta si ebbe con Carlo Bascapè, segretario di Carlo Borromeo e quindi vescovo di Novara dal 1593 al 1615. Fu lui, infatti, a promuovere la costruzione del primo santuario, che ingloba la piccola chiesa di san Maurizio, consacrato nel 1627 dal suo successore alla guida della diocesi novarese.

Un “doppio” santuario
Oggi il santuario è formato da due edifici incorporati tra loro, con la grandiosa basilica consacrata nel 1958 a fare da scrigno al santuario del Seicento. Il cuore del complesso resta il tabernacolo che custodisce il prezioso reliquiario: un’ampolla di cristallo sigillata da un tappo di vetro, sospesa a una catenella d’oro, e racchiusa in un calice di vetro con una pezzuola e un frammento di seta intrisi di un liquido che un’indagine, condotta dal professor Judica Cordiglia di Torino nel 1962, ha confermato essere di natura ematica, mentre l’esame radiografico della fronte della Madonna ha evidenziato la frattura causata dallo spigolo di un corpo contundente di forma piatta, la forma della “piodella” utilizzata nel gioco tradizionale all’origine del miracolo.
Quest’anno, il 14 febbraio, Mercoledì della Ceneri, il prezioso reliquiario ha lasciato per la prima volta il santuario per essere esposto nel periodo quaresimale nella basilica di san Gaudenzio a Novara.
«Dopo quello del Bascapè, il nome che resta inciso nella storia del santuario», ricorda padre Julita, «è quello di monsignor Antonio Peretti, parroco di Re dal 1898 al 1929, il primo a volere l’imponente basilica per la cui realizzazione sarebbero occorsi più di sessant’anni». Sarà infatti monsignor Gilla Vincenzo Gremigni, vescovo di Novara dal 1951 al 1963 (sepolto all’interno della basilica) a consacrare il nuovo tempio, al quale Pio XII concesse il titolo di basilica minore, il 5 agosto 1958. Tra i protagonisti della conclusione dei lavori, monsignor Ugo Poletti, allora vicario generale della diocesi di Novara, successivamente cardinale vicario del Papa per la diocesi di Roma e presidente della Cei.
Oggi questo gigante di pietra veglia sulla valle dall’alto dei 51 metri della sua cupola sormontata da una grande croce e sostenuta da sedici imponenti colonne di sasso. Il suo interno è illuminato da un suggestivo gioco di luci filtrate dalle 23 finestre di stile gotico e dalle vetrate disegnate da padre Costantino Ruggeri, cui si deve anche l’adeguamento del presbiterio alle norme del concilio Vaticano II, e nel quale spicca l’altare, un blocco monolitico di marmo di Carrara del peso di 80 quintali.

La sapienza del Padre

Ma per ritrovare il senso più autentico di questo colosso di pietra dobbiamo tornare nel minuscolo vecchio santuario, davanti all’altare che custodisce, protetto da un vetro, l’affresco da cui tutto ha avuto inizio. Il Bambino seduto sulle ginocchia della Vergine sorregge un cartiglio con la scritta In gremio matris sedet sapientia patris (Nel grembo della Madre siede la sapienza del Padre). «Tutto inizia e termina qui», commenta padre Julita, «Maria ci indica e ci offre Gesù, perché la Madre è la strada più perfetta e sicura per arrivare al Figlio, dal momento che è per questa stessa via che Gesù è venuto incontro a noi».
Ed è per questo che da 524 anni il flusso dei pellegrini non conosce fine. Qui giungono perfino dall’Ungheria, dove un’immagine della Madonna di Re, portata da un gruppo di emigranti vigezzini, ha replicato il miracolo. «Il popolo di Dio», conclude padre Julita, «ha un fiuto che non inganna: oltre cinque secoli di devozione popolare testimoniano che qui molti hanno trovato e trovano la risposta alle domande che inquietano il nostro camminare nei labirinti della storia, come individui e comunità».

La festa del 29 aprile
La festa più solenne è quella del 29 aprile, che ricorda il miracolo del 1494. Il momento culminante è la “Messa del miracolo” alle ore 15, che si celebra nel pomeriggio da ancor prima che Pio XII autorizzasse la cosiddetta “Messa vespertina”, grazie a un indulto di Pio IX. Il 1° maggio, meteo permettendo, alle 15 la reliquia viene portata in processione attorno alla basilica.

Autore: Maurizio De Paoli

Fonte: Credere

 


 

L’antica Chiesa Parrocchiale di Re, piccolo paese della valle Vigezzo, a circa venti chilometri da Domodossola, aveva la bassa porta di ingresso protetta da un portico.
A destra della porta, un pittore locale aveva dipinto l’immagine della Madonna con il Bambino Gesù poppante, e con tre rose nella mano destra.
Sotto, in un cartiglio aveva scritto «in gremio Matris sedet Sapientia Patris», in altre parole «nel seno della Madre siede la Sapienza del Padre».
La sera del 29 aprile 1494 un giovane, certo Giovanni Zuccone, arrabbiato perché ha perso al gioco, lancia un sasso contro l’Immagine della Madonna, dipinta sulla facciata della chiesa dedicata a San Maurizio.
Un compagno lo rimprovera: “Sciagurato hai colpito la Santa Vergine!”. Il giovane riconosce la malefatta e si pente, ma tutti e due fuggono spaventati.
Il giorno dopo, un vecchietto di nome Bartolomeo, prima di entrare in chiesa, come suo solito, tocca l’Immagine della Madonna, per farsi il segno della Croce. Con meraviglia si accorge che l’affresco è bagnato di sangue e che un rigagnolo sgorga dalla ferita provocata dal sasso e scende fino a terra.

Le prove del Miracolo

Il fatto straordinario è ampiamente documentato dalla testimonianza autorevole di notai ed officiali civili. Due pergamene, conservate nell’Archivio parrocchiale, costituiscono i documenti più importanti ed irrefutabili sulla veridicità del Miracolo, perché redatti da testimoni oculari.
La prima pergamena è dello stesso anno 1494, con l’attestazione del Podestà di Valle Vigezzo, Daniele de Crispis, «il quale, dopo la sottoscrizione del Notaio, appose la sua firma sul documento».
La seconda pergamena porta la data del 1500 (sei anni dopo l’avvenimento), redatta dal Podestà di Valle Vigezzo, Angelo Romano.
È interessante per noi poter leggere dalla prima pergamena, tradotta in lingua italiana corrente, la descrizione dell’avvenimento, da parte di chi lo aveva verificato: «Il glorioso Iddio, il Signor Nostro Gesù Cristo e la Grazia dello Spirito Santo si degnino di illuminare i cuori di coloro che descrivono prodigi tanto grandi.
In località Re della Val Vigezzo, Diocesi di Novara, sul muro esterno della Chiesa di San Maurizio, proprio sotto il portico della Chiesa, vi è un’immagine di antica data, della gloriosa Vergine Maria con quella del di Lei Figlio Unigenito, raffigurato in grembo alla Vergine. Questa immagine della Vergine, il martedì 29 aprile dell’anno 1494, cominciò a versare sangue dalla fronte.
Questo sangue sparso fu visto, e si può vedere, e appare dalla parte della fronte lungo la faccia della stessa Vergine e lungo quella dell’immagine dell’Unigenito. Per più giorni esso venne fuori dalla fronte, un poco più sotto, sopra la stessa immagine della Vergine e dell’Uni­genito; molte gocce dello stesso sangue scesero fino in terra su di un pannolino disteso là dove le gocce di sangue cadevano (oppure «e in un calice messi là dove le gocce di sangue cadevano»). Il sangue sparse una mirabile fragranza.
Divulgatasi la fama di queste cose per le contrade della Val Vigezzo, lo spettabile signore Daniele de Crispis, cittadino milanese, podestà della predetta valle, e tutto il clero, i nobili e gli uomini delle località della valle salirono fino alla Chiesa dove è dipinta l’immagine per vedere; videro l’immagine e il sangue che appare sparso dalla fronte lungo l’immagine e apparirà di nuovo miracolosamente.
Il predetto podestà e gli altri clerici e nobiluomini dapprima esaminarono i muri della chiesa e le loro parti per vedere se il fatto fosse stato provocato artificialmente, e si convinsero che il sangue era sceso e scendeva miracolosamente e non artificialmente, dalla fronte dell’immagine e poiché quel punto sembrava alquanto percosso, il predetto podestà, sentito che un tal Giovanni Zuccone, proprio in quello stesso martedì aveva scagliato un sasso contro l’immagine, raccolse alcune testimonianze contrassegnate dal notaio Pietro di Balcone, cancelliere di questo stesso podestà, testimonianze che fanno fede a quanto abbiamo premesso.
Seguirono anche segni prodigiosi e miracoli annotati presso la stessa chiesa. Dato poi che la località di Re, dove si trova l’immagine, è silvestre e dato che gli abitanti sono assai poveri, essi hanno iniziato, a lode ed onore della Vergine, un nuovo tempio, maestoso, ma non potendolo portare a termine, per la loro povertà, si vedono costretti ad implorare aiuti dai fedeli seguaci di Cristo».
Seguono le firme ed i timbri dei testimoni ufficiali: «Io, Pierino, figlio del fu Guglielmo da Balcono pubblico notaio della Val Vigezzo, insieme al predetto Signor Podestà e ai notai infrascritti, presenziai alle cose suddette e vidi così come sopra appare notato e in fede di quanto fu detto mi sottoscrissi.
Io, Giovannino, figlio del fu Dionigi de’ Rossi, pubblico notaio della Val Vigezzo, insieme al predetto Signor Podestà e ai notai infrascritti, presenziai alle cose suddette e vidi così come sopra appare notato e in fede di quanto fu detto mi sottoscrissi.
Io, Pietro de’ Rossi, figlio del Signor Giovannino, abitante a Santa Maria della predetta Valle Vigezzo, pubblico notaio, presenziai a tutte le suddette cose insieme con il Signor Podestà e coi notai sopracitati, e vidi più volte scorrere il predetto sangue, insieme a molti Chierici e nobili che stavano colà con me, e in fede delle predette cose mi sottoscrissi.
A tutti ed a ciascuno di quanti osserveranno queste cose, io, Daniele de Crispis, cittadino di Milano e podestà della Val Vigezzo, attesto che, divulgatasi la fama della sopradescritta emissione di sangue, mi recai alla predetta località di Re, insieme ad una grande moltitudine di Chierici e di nobiluomini della valle e qui vidi la soprascritta immagine cosparsa di sangue ed esaminai e feci esaminare i muri, dove è dipinta questa immagine, e appurai che le predette cose sono avvenute miracolosamente e non artificiosamente ed esaminai le testimonianze come sopra è indicato.
Quindi, in fede e in forza del quanto è sopradescritto, ordinai che si rendessero validamente note con l’apposizione del mio sigillo.
Io, Pietro, figlio del fu Antonio da Balcone, di Craveggia, della Val Vigezzo, notaio e cancelliere del predetto Signor Podestà presenziai a quanto premesso e mi sottoscrissi.
Daniele L. S.
(luogo del sigillo andato perduto)».
Giovanni Zuccone, il giovane «percussore de la imagine», nonostante il suo pentimento, pochi giorni dopo l’offesa alla Madonna «et altro delitto», fu allontanato dalla Valle e con lui, secondo le usanze del posto, anche i familiari. Con questo miracolo del Sangue la Madonna ha manifestato, ed ancor oggi manifesta, la sua materna protezione verso i tanti fedeli che a Lei si rivolgono, come testimoniano i tanti e meravigliosi Ex voto conservati nel Santuario.


Autore:
Don Mario Morra


Fonte:
Rivista "Maria Ausiliatrice"

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Aggiunto/modificato il 2018-04-20

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