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Beato Giuseppe Ambrosoli Sacerdote comboniano

27 marzo

Ronago, Como, 25 luglio 1923 Lira, Uganda, 27 marzo 1987

Padre Giuseppe Ambrosoli nacque a Ronigo, in provincia e diocesi di Como, il 25 luglio 1923. Dopo aver conseguito la laurea in Medicina, nel 1951 entrò nel noviziato dei Missionari Comboniani. Quattro anni dopo, emise la professione perpetua. Il 17 dicembre 1955 fu ordinato sacerdote dall’arcivescovo di Milano, cardinal Giovanni Battista Montini, successivamente Papa e Santo. Nel 1956 padre Giuseppe venne inviato a Kalongo in Uganda, dove trasformò un piccolo dispensario con annesso un ambulatorio di maternità in un vero e proprio ospedale. Nello stesso luogo aprì una scuola di ostetricia. Nel 1972 l’Amministrazione sanitaria dell’Uganda affidò alle sue cure il “Leprosy Control”, un servizio a cui erano iscritti circa ottomila lebbrosi di cinque regioni. A partire dal 1985 la situazione politica e sociale ugandese fu prossima al collasso; due anni dopo, il 30 gennaio 1987, le autorità militari decretarono l’evacuazione dell’ospedale. Padre Giuseppe diresse le operazioni di sgombero e arrivò a Lira dopo circa diciannove ore. Già gravemente malato di pielonefrite acuta, morì circa un mese dopo, il 27 marzo 1987. Fu beatificato il 20 novembre 2022, sotto il pontificato di papa Francesco. I suoi resti mortali sono venerati a Kalongo.



Nascita e famiglia
Giuseppe Ambrosoli nacque a Ronago, in provincia e diocesi di Como, il 25 luglio 1923, settimo degli otto figli di Giovanni Battista Ambrosoli e Palmira Valli. Il padre aveva trasformato lo stabilimento di famiglia, inizialmente basato sulla coltura dei bachi da seta, in una fabbrica, poi un’azienda, specializzata nella produzione di miele e caramelle. Anche la madre era di famiglia benestante: in più, suo padre era soprannominato “il medico dei poveri”.
Fu battezzato nella chiesa parrocchiale di Ronago il 29 luglio 1923, con i nomi di Giuseppe, Umberto e Gaspare. A diciotto mesi fu colpito da una grave malattia intestinale: le preghiere della madre, rivolte in particolare a santa Teresa di Gesù Bambino, a cui l’aveva affidato la cugina suor Pierina Valli, priora delle Carmelitane Scalze di Parma, gli riottennero la salute.
Giuseppe frequentò le elementari in paese, a partire dai sei anni. Vivace e piuttosto intelligente, iniziò a farsi i primi amici; era però cagionevole di salute. Ogni giorno era guidato dalla madre a recitare le preghiere del mattino e della sera, a cui si aggiungeva il Rosario. Ricevette la Cresima a nove anni da monsignor Alessandro Macchi, vescovo di Como.

Adolescenza e giovinezza
Terminate le elementari, Giuseppe frequentò per un anno il Regio istituto tecnico commerciale di Como, poi fu allievo del Regio istituto «Alessandro Volta» della stessa città. Le sue lacune scolastiche, tuttavia, parvero così gravi da farlo inviare all’Istituto Calasanzio di Genova-Cornigliano, retto dai padri Scolopi. Vi frequentò il ginnasio, recuperando specialmente nelle materie scientifiche. Anche lì ebbe molti amici, conquistati dal suo carattere gioviale.
Tornò a Como a sedici anni, iscrivendosi al Liceo ginnasio statale «Alessandro Volta». Non brillava particolarmente tra i suoi compagni: i suoi principali interessi erano quelli religiosi, cementati dall’adesione all’Azione Cattolica. Concluse gli studi nel 1942, senza un regolare esame di maturità: a causa della seconda guerra mondiale, infatti, non era stata inviata la commissione esaminatrice.

Gli anni dell’università
I risultati degli scrutini gli concessero comunque di accedere agli studi universitari. Avendo già due fratelli sotto le armi, Giuseppe venne esonerato dal servizio militare; poté allora iscriversi alla facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Milano.
Mentre si divideva tra la frequenza ai corsi, l’impegno nell’Azione Cattolica e la vita familiare, diede il proprio contributo nel difficile periodo tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943. Infatti, mentre Como era occupata dai nazisti e molti cercavano rifugio a Chiasso in Svizzera, lui stesso aiutava moltissimi ebrei e altri perseguitati politici a varcare il confine, che distava tra l’altro un centinaio di metri da casa sua.

Una fuga resa vana
Lui stesso cercò di sconfinare in Svizzera, dopo che il bando emesso dalla Repubblica Sociale di Salò obbligò alla leva militare obbligatoria, pena la morte per i renitenti. Passò allora per Chiasso, ma venne smistato a Zurigo come internato. Lacerato dal senso di responsabilità verso i suoi cari, decise di rientrare in Italia, anche se non attraverso le vie consuete.
Tuttavia, mentre varcava il confine tra Ponte Tresa e Luino, venne arrestato da alcuni militi e destinato al campo di smistamento di Fossoli. Con lui c’era Mattiroli, un suo amico di Albiolo: prima di essere allontanato (non fece più ritorno in Italia), riuscì a scrivere un biglietto, che fu recapitato da una ragazza del posto alla madre di Giuseppe, nel quale segnalava che lui era in pericolo.
Il fratello Carlo accorse per salvarlo. Ci riuscì, ma a una condizione: Giuseppe sarebbe stato arruolato nei servizi di sanità delle truppe repubblichine. Di conseguenza, dopo un mese all’ospedale militare di Baggio presso Milano, il 26 aprile 1945 fu destinato al campo di addestramento di Heuberg-Stetten nel Württemberg, in Germania.

Tempo di prova e di vocazione
In quell’anno circa di addestramento paramilitare e lavoro manuale, Giuseppe, seppur stanco e affamato come i suoi commilitoni, cercava di rendersi disponibile a ogni loro bisogno. In modo discreto, poi, manifestava la sua fede, rispettando anche quanti, tra di loro, si dichiaravano anarchici, atei o comunisti. Un giorno rivelò a tutti i suoi progetti per il futuro: laurearsi in medicina, specializzarsi in malattie tropicali e diventare sacerdote missionario.
L’idea del sacerdozio era presente in lui da piccolo, a dar credito a un aneddoto riferito dalla madre: mentre lei gli infilava i calzini, lui le confidava di voler diventare prete; però lei non dava credito a quelle parole, ritenendole un sogno infantile.
Nel 1938, in effetti, monsignor Macchi aveva accolto a Como i Figli del Sacro Cuore di Gesù, ovvero i Missionari Comboniani, i quali si erano trasferiti nel 1941 a Rebbio. Più di una volta era andata a trovarli, per portare delle offerte per le loro missioni.
Finito l’addestramento, Giuseppe fu inviato al fronte in Italia. Tuttavia, secondo le testimonianze, non sparò mai un colpo contro i partigiani e neppure durante gli attacchi aerei: solo i bersagli delle esercitazioni avevano ricevuto le sue pallottole. Alla fine della guerra, riuscì a tornare a Como con mezzi di fortuna.

Nel Cenacolo di don Silvio Riva
La fine del conflitto segnò un nuovo inizio per la vita di Giuseppe. Aderì infatti al Cenacolo, un’associazione con sede nella pieve di Uggiate Trevano, guidata da don Silvio Riva, assistente diocesano dei giovani di Azione Cattolica. I suoi membri vivevano un clima di amicizia, di fraternità e di alta spiritualità, sintetizzato in una formula amata da don Riva: «Per essere apostoli bisogna essere santi».
Giuseppe teneva i contatti con tutti, percorrendo il territorio con la sua moto Guzzi 500, e tramite frequenti lettere. All’amico Virgilio Somaini, che affermava di non partecipare agli incontri perché doveva studiare,  scrisse ad esempio, nel novembre del 1946: «Il nostro tempo prezioso che dedichiamo all'Azione Cattolica ha in ogni momento una finalità soprannaturale. E non c'è pericolo ci si possa disperdere in cose vane perché questo lavoro ci porta sempre più vicini a Lui, il Cristo!». Furono ventidue, nel biennio 1948-1950, i giovani “cenacolini” che entrarono nel Seminario diocesano o in Istituti religiosi.

L’impegno politico
Per un breve periodo, Giuseppe fu anche impegnato nell’amministrazione comunale di Ronago. Suo padre era stato sindaco, carica che avrebbe rivestito poi anche suo fratello Valentino. Lui, invece, fu vicesindaco nella giunta guidata da Andrea Ghielmetti, nelle file della Democrazia Cristiana. Il suo principale impegno fu favorire la costruzione della nuova scuola elementare; il progettista era un suo cugino da parte di madre.
Nel 1947, durante un corso di Esercizi Spirituali, delineò l’ispirazione che lo muoveva e che animava anche il suo apostolato nell’Azione Cattolica. Annotò infatti:  «Devo comprendere che l’apostolato non è solo quando vado in propaganda, ma in tutti i momenti posso fare apostolato. […] Non basta che gli altri mi dicano democristiano; devono sentire l'influenza del Gesù che porto con me; devono sentire che in me c’è una vita soprannaturale espansiva ed irradiantesi per sua natura».

Il tirocinio medico
Giuseppe poté riprendere gli studi universitari, sempre all’Università degli Studi di Milano, solo a metà del novembre 1946. Si laureò il 18 luglio 1949, con un punteggio di 108 su 110. Subito dopo, iniziò a frequentare l’ospedale di Como in qualità di volontario tirocinante.
Strinse amicizia in particolare con il dottor Luciano Terruzzi, al tempo assistente. Quest’ultimo ha testimoniato che il giovane collega era sempre seduto all’ultimo posto, ma si mostrava preparato e capace d’interventi puntuali e competenti. Era premuroso nei vari adempimenti e, quando sbagliava, chiedeva subito scusa. Allo stesso tempo, sapeva scherzare e fare dell’ironia.

Tra i Comboniani
Nell’estate 1949, Giuseppe si presentò alla portineria dei Comboniani di Rebbio, poco prima di partire per Londra, come aveva sperato negli anni della guerra. Trascorse il seguente biennio al «Tropical Institute» londinese. Nello stesso periodo, si confrontò spesso con il comboniano padre Renato Bresciani, anche lui a Londra.
Tornato in Italia, scrisse al superiore generale padre Antonio Todesco, per chiedere l’ammissione nella loro congregazione. In realtà, aveva pensato anche a entrare nella Compagnia di Gesù, ma essere comboniano gli offriva maggiori garanzie di partire immediatamente per l’Africa.

Il tempo della formazione
Il 18 ottobre 1951, quindi, accompagnato dalla madre e dal fratello minore Alessandro, Giuseppe arrivò a Gozzano, al tempo sede di noviziato. Coi suoi ventott’anni, era il più anziano dei novizi del primo anno; una vocazione adulta, per l’epoca. Dieci giorni prima aveva scritto a padre Leonzio Bano, incaricato della promozione vocazionale dell’istituto, manifestando i propri difetti e incapacità.
Superò quasi subito la difficoltà d’inserirsi in un ambiente tanto diverso da quello dov’era vissuto fino a quel momento. Amava svolgere i servizi meno appariscenti e più lunghi da compiere, come lavare le posate, e non si sottraeva all’incarico di cantore, sebbene fosse stonato.
Nella Messa di mezzanotte del 25 dicembre 1951 compì la vestizione. Negli anni seguenti continuò ad allenarsi nell’obbedienza, nella disciplina e nell’accettare la correzione da confratelli e superiori. Fu anche incaricato dell’infermeria, compito che svolse con delicatezza e cogliendo ogni occasione per imparare tecniche nuove.

Verso il sacerdozio
Il 9 settembre 1953 fratel Giuseppe emise la professione religiosa. Il 19 dello stesso mese ricevette la tonsura nel Duomo di Milano per mano del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, il quale gli conferì i primi due Ordini minori, ovvero ostiariato e lettorato, il 19 dicembre.
Esorcistato e accolitato, invece, gli vennero conferiti il 18 settembre 1954 da monsignor Lorenzo Maria Balconi, superiore generale del Pontificio Istituto Missioni Estere, perché, dalla morte del cardinale Schuster, avvenuta il 30 agosto (fu beatificato nel 1996), la sede vescovile di Milano era vacante.
Il giorno dopo la prima professione, fratel Giuseppe intraprese gli studi teologici nella comunità comboniana di Venegono Superiore. Di pari passo, iniziò anche la pratica chirurgica nel vicino ospedale di Tradate.

Sacerdote in anticipo
Il 3 dicembre 1954, il superiore generale scrisse a fratel Giuseppe per riferirgli che intendeva anticipare la sua ordinazione sacerdotale di un anno: padre Alfredo Malandra, infatti, aveva insistito presso di lui per avere quel giovane confratello come successore nell’opera sanitaria che aveva avviato a Kalongo, in Uganda.
Pur ritenendosi indegno, si preparò all’ordinazione, fissata all’inizio del quarto anno di Teologia, anche se non avrebbe potuto essere immesso nel ministero prima che l’anno fosse concluso. Il 9 settembre 1955 compì quindi la professione perpetua. Fu poi ordinato suddiacono il 24 settembre dello stesso anno da monsignor Giuseppe Schiavini, ausiliare dell’arcivescovo di Milano.
Il 6 novembre 1955, nel Duomo di Milano, fu invece ordinato diacono dal cardinale arcivescovo Giovanni Battista Montini, il futuro papa (e Santo) Paolo VI. L’ordinazione sacerdotale avvenne infine il 17 dicembre 1955, sempre per l’imposizione delle mani del cardinal Montini e nello stesso Duomo. Al momento delle Litanie dei Santi, durante il Rito dell’Ordinazione, i presenti si accorsero che il futuro sacerdote aveva le suole delle scarpe bucate.
Padre Giuseppe celebrò la Prima Messa solenne a Ronago il giorno seguente. Ai compaesani che affollavano la chiesa parrocchiale dichiarò di doversi impegnare a tener fede alle loro aspettative: «La mia parte deve essere quella dello specchio, che, ricevuto un fascio di luce, lo riflette in altra direzione secondo le sue leggi fisiche; devo, cioè, secondo giustizia riflettere le vostre cordiali manifestazioni. Un tale impegno si può adempiere solo con l’aiuto costante di Dio e di Maria Santissima. E questo si ottiene con i sacrifici e con la preghiera».

Finalmente a Kalongo
Il 1° febbraio 1956, padre Giuseppe s’imbarcò per l’Uganda, arrivando a Kalongo sul finire del mese. Completò gli studi teologici presso il Seminario di Lacor e, come prescritto ai missionari appena arrivati, avrebbe dovuto aspettare due anni prima di muovere osservazioni ai suoi professori. Un giorno, però, non poté più fare a meno di esclamare, di fronte alle ennesime critiche: «Ma io sono capitato in un “conventus malignantium”!». I professori tacquero, ammirando la sua dirittura morale.
A Kalongo, dal 1943, i Comboniani gestivano un dispensario, che nel 1954 si era arricchito di un reparto di maternità. La fama di quello che di fatto era un piccolo ospedale aveva raggiunto i centri abitati vicini, rendendolo presto inadeguato.
Padre Giuseppe dovette davvero occuparsi di costruire da zero il nuovo ospedale, sia dal punto di vista amministrativo, sia delle strutture. Dovette anche seguire un corso di un mese all’ospedale di Mulago, a Kampala, per vedersi riconosciuta la laurea conseguita in Italia. In quel modo, poté ottenere l’apertura della «St. Mary Midwifery training school», ovvero della scuola di formazione per ostetriche, avvenuta nel 1956. Alla fine del 1959, l’ospedale di Kalongo poteva essere definito a buon diritto il primo ospedale cattolico del nord Uganda.

Una cura delicata per donne e lebbrosi
Le persone del popolo Acholi e Karimojong, stanziate appunto nel nord dell’Uganda, furono il principale oggetto delle cure di padre Giuseppe. All’ospedale erano trattate malattie di ogni genere, con soluzioni spesso all’avanguardia per quelle zone. In particolare, padre Giuseppe dava grande importanza alla medicina interna, anche se doveva frequentemente ricorrere alle operazioni chirurgiche.
Cercava di essere molto delicato soprattutto con le donne, intervenendo per aiutarle ad avere figli, nel rispetto della mentalità locale che dava grande spazio alla fertilità femminile. Non sempre i suoi interventi riuscivano perfettamente: ne soffriva, ma cercava di non farsi vedere mentre piangeva.
Aprì il suo raggio di azione anche ai lebbrosi, con operazioni che li aiutassero a riguadagnare un po’ della dignità perduta. Nel 1972 l’Amministrazione sanitaria dell’Uganda affidò alle sue cure il “Leprosy Control”, un servizio a cui erano iscritti circa ottomila lebbrosi di cinque regioni.

Il “grande dottore”
A quanti si offrivano di venire a Kalongo ad aiutarlo, chiedeva alcuni requisiti essenziali: «Volontà decisa di lavorare per la diffusione del regno di Dio, non ricercando che lui solo e in croce; spirito di sacrificio; buona preparazione tecnica». Erano gli stessi elementi che voleva avessero anche i colleghi e gli infermieri locali. Nel 1963 arrivò a Kalongo don Palmiro Donini, sacerdote “fidei donum” della diocesi di Brescia, anche lui medico; in seguito, fu uno dei primi biografi di padre Giuseppe.
Nel giro di pochi anni, la gente cominciò a chiamarlo “Ajwaka Madit” (“il grande dottore”) o “Doctor Ladit” (“il grande medico”). Dal canto suo, evitava di mettersi in mostra, perfino nelle foto di gruppo. Anche quando ricevette delle onorificenze, non dichiarò di non meritarsele; commentò invece che avrebbe preferito donazioni per l’ospedale, che non erano mai abbastanza.

La preghiera e la spiritualità di padre Giuseppe
Nelle convulse giornate di padre Giuseppe la preghiera aveva grande spazio. Prima di operare, veniva spesso udito mormorare delle brevi invocazioni. Di fronte a situazioni particolarmente gravi, chiedeva al paziente di pregare con lui: questi, molto spesso, rispondeva volentieri, anche se era di religione musulmana. Prima di riposare, infine, recitava il Rosario.
Inoltre, riusciva a conciliare l’impegno da medico con il ministero sacerdotale. Quando celebrava la Messa, secondo molti testimoni, sembrava quasi estasiato. Era felice di andare a celebrare anche fuori Kalongo e, nei limiti del possibile, riusciva anche a confessare molti fedeli. Non parlava molto bene la lingua Acholi, ma riusciva ugualmente a farsi capire: la gente lo ascoltava con rispetto e attenzione, forse più di quanto faceva con altri predicatori.
Nel suo modo di credere erano ravvisabili elementi della spiritualità di san Giovanni della Croce, oltre che di san Daniele Comboni, suo fondatore (al tempo ancora Servo di Dio). In alcuni appunti degli Esercizi Spirituali del 1981, invece, parla di una “conversione” avvenuta il 18 agosto 1980: allude all’impressione lasciata in lui dagli scritti di René Voillaume, che gli avevano fatto scoprire l’esperienza spirituale di san Charles de Foucauld. Nel suo Breviario fu trovata una copia della famosa “preghiera dell’abbandono”, più volte meditata e assimilata.

Riposo forzato, ma non troppo
Padre Giuseppe tornò molte volte in Italia per periodi di riposo. In realtà, non riposava mai del tutto: si aggiornava sulle tecniche e sui progressi della medicina, frequentava ospedali e sale operatorie, incontrava i benefattori del suo e di altri ospedali. La sua anziana madre si lamentava sovente del fatto che non avesse quasi tempo per lei.
Per ragioni di salute, invece, fu obbligato a rientrare a fine 1973: ricoverato al Sant’Anna di Como, subì un intervento per lombosciatalgia discale. Appena gli fu possibile muoversi, riprese le sue visite, quindi rientrò a Kalongo.
Nel 1982 il collega Piero Corti, del Lacor Hospital di Gulu, gli prescrisse riposo urgente: era infatti sempre più colpito da vari malanni. Accolto nell’ospedale di Tradate dal dottor Terruzzi, che ne era diventato primario, apprese che la causa dei suoi malesseri, compresi quelli legati alla lombosciatalgia, era il suo frenetico ritmo di lavoro.
Gli fu diagnosticata una pielonefrite cronica: aveva un solo rene in funzione, e comunque era gravemente compromesso. Padre Giuseppe si dispose ad accettare tutto quel che Dio avrebbe voluto da lui, consolandosi col pensiero che, finalmente, avrebbe potuto pregare con più calma anche di giorno.

Tempi difficili per l’ospedale e per padre Giuseppe
Nel frattempo, la situazione politica in Uganda aveva visto il succedersi di varie dittature militari. Più volte i missionari, di tutti gli istituti, erano stati costretti a ridurre le presenze o ad andarsene. Anche Kalongo fu ora conquistata dai ribelli, ora ripresa dall’esercito.
Nel 1986, anno che lui stesso definì il più terribile della sua vita in missione, padre Giuseppe scrisse una lettera circolare, nella quale riconobbe quale dovesse essere il compito suo e dei confratelli: «A noi resta di stare qui ad aiutare tutti quelli che possiamo, pregando il Signore che illumini gli animi e i cuori». Si preoccupò quindi di evacuare il personale europeo, rimanendo da solo con il dottor Luciano Tacconi: quest’ultimo dichiarò di averlo visto pregare con intensità maggiore in quel periodo.

L’evacuazione forzata
Il 30 gennaio 1987, le autorità militari decretarono l’evacuazione. L’ospedale doveva essere completamente evacuato: nulla, specie medicine e cibo, doveva finire in mano ai ribelli. Dopo giorni di preparativi e di confusione, la partenza avvenne il 13 febbraio. Circa ventuno ore dopo, il convoglio formato dai mezzi dei missionari e dai camion militari arrivò a Lira.
Padre Giuseppe descrisse con toni addolorati la partenza, nella lettera del 13 febbraio 1987 al confratello padre Manuel Albert Grau: «Il fuoco e le armi dei potenti consumeranno tutto e di questo ospedale rimarranno solo pochi mattoni. Ma nessuno potrà distruggere quello che ho costruito nel cuore della gente».

La morte di padre Giuseppe
Pur essendo sempre più grave, padre Giuseppe riuscì a ottenere dal superiore provinciale di rinviare il suo ritorno in Italia e le conseguenti cure. Si adoperò presso le autorità finché non fu sicuro che le studentesse e il personale della scuola per ostetriche venisse trasferito ad Angal, nel West Nile.
Il 20 marzo, nell’omelia della Messa presso lo studentato comboniano di Kampala, parlò di quanto era accaduto come di un «amato fallimento», riecheggiando Charles de Foucauld. Al momento dello scambio della pace, si sentì vacillare: appoggiandosi al tavolino che fungeva da altare, rovesciò il calice col vino consacrato. Fu molto amareggiato per questo.
Il 22 celebrò la sua ultima Messa nella cappella del Comboni College di Lira: nel pomeriggio dovette mettersi a letto, perché ormai aveva intuito la gravità della situazione. Assistito dalle tre suore che erano rimaste con lui a Kalongo, appariva scoraggiato circa il suo stato di salute, ma continuava a dare istruzioni per il trasferimento del materiale tecnico ad Angal.
Dopo una notte particolarmente critica, quella tra il 26 e il 27, padre Giuseppe ricevette la Comunione e si confessò da padre Mario Marchetti. Intanto, le suore si erano adoperate per ottenere un elicottero, così da trasportarlo a Gulu dal dottor Corti: quando lo venne a sapere, ne fu dispiaciuto, ma poco dopo accettò, se quella era volontà di Dio.
La mattina del 27 marzo, verso le 9.15, padre Marchetti gli amministrò l’Unzione degli Infermi e gli diede l’ultima Comunione. Poco dopo le 13, padre Giuseppe ebbe il collasso definitivo; ormai poteva solo mormorare qualche giaculatoria. L’ultima che fu udita distintamente fu: «Signore, sia fatta la tua volontà», seguita da altre parole che a padre Marchetti parvero: «…fosse anche cento volte».
Fu dichiarato morto alle 13.50 di venerdì 27 marzo 1987. Pochi minuti dopo, atterrò l’elicottero che avrebbe dovuto trasportarlo a Gulu. Il suo funerale fu celebrato sabato 28 marzo, nella chiesa parrocchiale di Lira-Ngeta. Il suo corpo venne quindi sepolto nel cimitero di Lira, accanto a quelli di altri confratelli.
Sette anni dopo, il 9 aprile, le sue spoglie vennero riportate a Kalongo e, l’indomani, sepolte nel cimitero del luogo. Sulla lapide della tomba furono scritte, in inglese, le parole che spesso padre Giuseppe ripeteva: «Dio è amore e io sono il suo servo per la gente che soffre».

L’avvio della causa di beatificazione e canonizzazione
Sia da vivo, sia dopo la morte, padre Giuseppe godette di continua e perdurante fama di santità, all’interno del suo istituto missionario, presso il popolo degli Acholi e in gran parte dell’Uganda. A fronte di questa fama e dei segni che l’accompagnavano, i Comboniani promossero l’avvio della sua causa di beatificazione e canonizzazione.
Il 16 aprile 1999 fu ottenuto il trasferimento della competenza della causa dal Tribunale ecclesiastico della diocesi di Lira, nel cui territorio era morto, a quello della diocesi di Gulu. Giunto il nulla osta da parte della Santa Sede il 17 luglio 1999, si procedette all’apertura dell’inchiesta diocesana sulle virtù eroiche, il 22 agosto 1999, a Kalongo. Il 7 novembre dello stesso anno, invece, venne aperta l’inchiesta rogatoria nella diocesi di Como.

Il decreto sulle virtù eroiche

Le due inchieste, chiuse rispettivamente il 4 febbraio e il 30 giugno 2001, vennero dichiarate valide con decreto del 4 giugno 2004. La “Positio super virtutibus” venne poi trasmessa alla Congregazione delle Cause dei Santi nel 2009.
I Consultori Teologi della Congregazione delle Cause dei Santi, nel Congresso Peculiare del 4 dicembre 2014, si espressero favorevolmente e all’unanimità circa l’esercizio in grado eroico delle virtu cristiane da parte di padre Giuseppe. I cardinali e i vescovi della stessa Congregazione, nella Sessione Ordinaria del 15 dicembre 2015, emisero a loro volta parere positivo.
Il 17 dicembre 2015, ricevendo in udienza il cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco autorizzò la promulgazione del decreto con cui padre Giuseppe veniva dichiarato Venerabile.

Il miracolo per la beatificazione
Come possibile miracolo da convalidare per la beatificazione, fu preso in esame il caso di Lucia Lomokol, di Irriir, una giovane donna di vent’anni. La sera del 25 ottobre 2008 fu portata in condizioni disperate all’ospedale San Kizito di Matany, incinta del secondo figlio.
Dopo un parto cesareo, diede alla luce un bambino già morto, che le aveva causato un’infezione gravissima. Il responsabile del reparto maternità, dottor Erik Domini, constatando il progressivo peggioramento della paziente, la fece trasferire in sala travaglio, per non impressionare le altre gestanti. La sera dello stesso giorno mandò a chiamare padre Marco Canovi, parroco di Matany, il quale amministrò a Lucia l’Unzione degli Infermi.
Mentre riportava a casa il sacerdote, il dottor Domini si ricordò di avere nel suo appartamento un’immaginetta di padre Giuseppe: la prese, poi tornò in ospedale. Dopo aver chiesto il permesso di Lucia, della madre e del marito di lei, pose il santino sulla testiera del letto, quindi radunò le infermiere e pregò con loro. Verso mezzanotte se ne andò, chiedendo di essere avvisato per il funerale.
Alle cinque del mattino del giorno seguente, tornò da Lucia: la trovò presente a se stessa e completamente cosciente. Da allora in poi, la donna godette di buona salute.

Verso il decreto sul miracolo
Monsignor Henry Apaloryamam Asentongo, vescovo della diocesi di Moroto, sotto la quale ricade la parrocchia di Matany, volle avviare l’inchiesta diocesana sul presunto miracolo, che quindi si svolse dal 17 settembre 2010 al 21 giugno 2011. La convalida giuridica degli atti arrivò l’11 maggio 2012.
La Consulta Medica della Congregazione delle Cause dei Santi, il 29 novembre 2018, dichiarò che la guarigione era stata rapida, completa, duratura e impossibile da spiegare secondo le conoscenze mediche.
Il 13 giugno 2019 i Consultori Teologi, seguiti, il 19 novembre dello stesso anno, dai cardinali e dai vescovi membri della Congregazione delle Cause dei Santi, dichiararono che l’asserita guarigione era da riferire all’intercessione del Venerabile Giuseppe Ambrosoli.
Il 28 novembre 2019, ricevendo in udienza il cardinal Giovanni Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco autorizzò la promulgazione del decreto sul miracolo, aprendo quindi la via alla beatificazione di padre Giuseppe. Due giorni dopo, il 30 novembre, si procedette, a Kalongo, alla ricognizione dei suoi resti mortali.

La beatificazione
La beatificazione di padre Giuseppe, attesa per il 2020, fu rimandata due volte a causa della pandemia da nuovo coronavirus. La data definitiva fu il 20 novembre 2022, a Kalongo, precisamente nel polo medico di un’antica missione dell’East Acholi. A presiedere la celebrazione fu monsignor Luigi Bianco, Nunzio apostolico in Uganda.

La sua eredità oggi
Nel novembre 1989, i missionari poterono rientrare a Kalongo. Riaprendo l’ospedale, scoprirono che era rimasto intatto; solo gli edifici della missione erano stati devastati dalle fiamme. Il 16 marzo 1990 tornarono anche le allieve della scuola per infermiere.
Nel 1998 i Comboniani e la famiglia Ambrosoli costituirono la Fondazione Dr. Ambrosoli Memorial Hospital, per sostenere e dare continuità all’ospedale di Kalongo e alla scuola di ostetricia.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2022-11-17

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