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Beata Regina Maria (Mariam) Vattalil Vergine e martire

25 febbraio

Pulluvazhy, Kerala, India, 29 gennaio 1954 - Udaingar, Madhya Pradesh, India, 25 febbraio 1995

Mariam Vattalil, nata nello Stato indiano del Kerala da una famiglia di contadini, entrò a vent’anni nella congregazione delle Suore Francescane Clarisse. Determinata a portare il Vangelo tra le popolazioni più povere del nord dell’India, avviò programmi di sensibilizzazione per gli abitanti dei villaggi. Dotata di un’intelligenza vivace e di un genuino spirito di preghiera, era convinta che nessun sacrificio potesse essere eccessivo per ottenere la liberazione totale proclamata da Gesù. Tuttavia, la sua azione missionaria risultò sgradita ai proprietari terrieri e agli usurai che sfruttavano i contadini. Il 25 febbraio 1995, mentre era sull’autobus che l’avrebbe riportata a casa, fu aggredita da un giovane, Samundar Singh: fu uccisa a coltellate. Aveva 41 anni. La sua causa di beatificazione si è svolta nella diocesi di Indore dal 29 giugno 2005 al 28 giugno 2007. È stata beatificata a Indore il 4 novembre 2017, sotto il pontificato di papa Francesco.



Infanzia e famiglia
Mariam Vattalil nacque a Pulluvazhy, nello Stato indiano del Kerala, il 29 gennaio 1954. I suoi genitori, Pally ed Eliswa, contadini, la battezzarono secondo il rito siro-malabarese, in vigore nel Kerala, presso la chiesa di San Tommaso del loro villaggio, il 5 febbraio 1954. Oltre a lei, la secondogenita, ebbero altri sei figli, cinque femmine e due maschi.
Mariam, o Marykunju (corrispettivo di “Mariuccia” o “Marietta”), come la chiamavano affettuosamente in famiglia, ricevette poi la Prima Comunione e la Cresima il 30 aprile 1966. Grazie ai genitori e ai nonni, comprese prestissimo l’importanza della preghiera: sin da piccola partecipava regolarmente alla Messa e alle devozioni popolari. Frequentava poi il catechismo e s’impegnava a mettere in pratica nella vita quanto imparava.
Ha raccontato suo fratello Stephen: «Era una ragazza di poche parole, indossava solo abiti molto semplici e non mostrava nessun interesse per gli ornamenti. Non fece mai niente che potesse ferire qualcuno. Se capitava qualcosa di increscioso, ne era dispiaciuta». I genitori avevano ben ragione di essere orgogliosi di lei, se sua madre ricorda: «Era diversa dalle altre ragazze ed era straordinariamente obbediente».

Gli studi
La sua formazione scolastica iniziò col “Kalari”, la forma tradizionale d’istruzione che anticipava la scuola elementare, che durò due anni. In seguito, Mariam fu iscritta alla Scuola Primaria Governativa di Pulluvazhy e proseguì gli studi nell’Istituto Jayakeralam della stessa città.
Tra un dovere scolastico e l’altro, trovava tempo per aiutare suo padre nel lavoro dei campi e sua madre nelle faccende domestiche. Mostrava inoltre uno spiccato interesse e un amore particolare verso i servi di casa, coi quali spesso si fermava a parlare.
Dato che il suo diploma della scuola secondaria si prospettava buono, i genitori inviarono Mariam al Liceo San Giuseppe di Tripunithura. Sotto la guida delle suore insegnanti, fece notevoli progressi, sia a livello intellettivo sia spirituale, nella sua vita scolastica e nel collegio interno.

Vocazione religiosa
Mentre frequentava l’ultimo anno delle superiori, Mariam, che a scuola era detta Mary, riconobbe di sentirsi chiamata a diventare suora. Condivideva il suo stesso sogno una cugina, Cicily, con la quale iniziò a frequentare il convento delle suore Francescane Clarisse.
Da non confondersi con le monache fondate dai santi Francesco e Chiara d’Assisi, erano e sono una congregazione religiosa nata proprio in India, sul finire del 1800, per il servizio ai più abbandonati. A quella congregazione appartiene anche la prima santa di nazionalità indiana, suor Alfonsa dell’Immacolata Concezione, canonizzata nel 2008.
Mariam era preoccupata per la reazione dei suoi congiunti, ma un giorno si fece coraggio e annunciò che sarebbe entrata in convento. I fratelli e le sorelle si opposero fermamente e chiesero al loro padre di non concederle il permesso. L’uomo replicò: «Ma se lei insiste, che ci posso fare? Se Dio desidera così, come possiamo andare contro questo?».
Udendo la conversazione, intervenne la nonna: «Perché vi opponete che Marykunju entri in convento? Non va forse per una causa nobile? Quanti genitori desiderano che i loro figli diventino preti e suore? Lo ottengono sempre? La vocazione alla vita religiosa non è concessa a tutti. Dio la concede solo ad alcuni». A quelle parole sagge, tutti ammutolirono.

Tra le Suore Francescane Clarisse
Il 3 luglio 1972 Mariam e Cicily iniziarono il periodo di aspirantato, durato fino al 30 ottobre 1972, nel convento delle Francescane Clarisse a Kidangoor. Seguirono il postulandato, dal 1° novembre 1972 al 29 aprile 1973, e il noviziato, dal 30 aprile 1973 allo stesso giorno dell’anno successivo.
Il 1° maggio 1974, Mariam compì la sua prima professione nella congregazione delle Francescane Clarisse. Il suo nome religioso fu suor Rani Maria; Rani è corrispettivo di “Regina”. La cugina Cicily, invece, assunse quello di suor Soni Maria.

I primi tempi da religiosa
La sua maestra durante l’aspirantato e il postulandato, suor Gladys, ha testimoniato: «Aveva sempre un viso sorridente ed era una ragazza intelligente. Faceva tutto alla perfezione e non si lamentava di nulla. Non aveva bisogno di alcuna correzione. Restando salda in ciò che è vero e giusto, parlava sempre molto apertamente».
Una connovizia, suor Alze Maria, l’ha invece descritta in questi termini: «Durante il periodo di formazione, eravamo impegnate in vari compiti. Dovevamo fare tutto da noi a gruppi. Tutte volevano avere suor Rani nel proprio gruppo.
Pulivamo la casa, la stalla, i gabinetti e i bagni. Lei era sempre la prima per questi lavori umili. Suor Rani Maria era abituata a santificare ogni istante recitando giaculatorie o canticchiando inni sacri. Durante le sue ore di lavoro, la sua giaculatoria preferita era il nome di Gesù».
La maestra di noviziato, suor Infant Mary (suor Maria Bambina), ha confermato: «Era unica nella preghiera, negli studi, nell’osservanza delle regole, nelle responsabilità che le venivano affidate; in breve, in tutto. Non era mai infastidita dalle altre o con le altre. Era imparziale quando veniva chiamata a indicare i difetti delle altre e lo faceva con precisione. Era sempre molto preoccupata della volontà di Dio».

Chiamata a servire i poveri nel nord dell’India
Suor Infant Mary visitava di frequente le missioni della congregazione e spesso raccontava alle novizie la situazione nel nord dell’India: milioni di persone, illetterate e povere, non conoscevano il Vangelo. Suor Rani Maria si sentì chiamata a portarlo a quella gente e iniziò sempre più spesso a ripetere: «Anch’io voglio andare nel nord dell’India per servire i poveri e morire per loro».
In effetti, le Francescane Clarisse erano state le prime missionarie donne autoctone, negli anni ’60 del secolo scorso, inviate a evangelizzare i territori settentrionali del Paese. La loro opera era particolarmente difficile, dato che l’Induismo aveva plasmato la società secondo un sistema di caste, ancora in vigore nei villaggi rurali.

Il servizio a Bijnor
Profondamente determinata a portare avanti quella chiamata missionaria, suor Rani Maria assunse come motto il passo biblico che Gesù lesse nella sinagoga di Nazareth, come racconta il Vangelo secondo Luca. Più concretamente, dovette imparare la lingua del luogo perché la sua azione potesse essere più efficace.
Così, dal 9 luglio 1975, si diede allo studio presso la Casa provincializia delle Suore di Nostra Signora a Patna. Il 24 dicembre 1975 arrivò al convento di Santa Maria, nella diocesi di Bijnor, che considerò sempre la culla della sua vita missionaria.
A causa della carenza di maestri locali qualificati, suor Rani Maria fu nominata maestra nella scuola di Santa Maria a Bijnor, benché desiderasse servire i poveri nei villaggi. Nei due anni d’insegnamento, dall’8 settembre 1976 al 7 agosto 1978, si dedicava al servizio sociale, nel quale s’impegnò più intensamente una volta terminato l’incarico scolastico.
Per essere ancora più competente nella missione tra i contadini, studiò Sociologia e, in parallelo, continuava il suo apostolato. Il 22 maggio 1980 compì la professione solenne nella chiesa di sant’Hormis ad Ankamaly.
Benché non avesse trascorso molti anni a Bijnor, riuscì a raggiungere bambini e malati nei villaggi dell’interno e nelle capanne. Il parroco di Bijnor, padre Varghese Kottoor, ricordò: «La semplicità francescana di suor Rani catturava i cuori e le menti di tutti coloro coi quali entrava in contatto». Suor Infant Mary confermò: «Freddo pungente, caldo intenso, pasti irregolari, carenza d’acqua e viaggi attraverso momenti pericolosi o di solitudine e sconforto… nulla era un ostacolo per suor Rani Maria».

A Odagady
Il 21 luglio 1983, suor Rani Maria fu trasferita a Odagady, in diocesi di Satna. Arrivò sul posto il 25 luglio e venne nominata coordinatrice delle attività sociali. Convintissima che nessun sacrificio sarebbe stato eccessivo per ottenere la liberazione totale proclamata da Gesù, organizzò programmi educativi per bambini, giovani e anziani. Fece prendere coscienza ai poveri riguardo alla loro condizione di sfruttamento, così da assumere pienamente i loro diritti e doveri di cittadini indiani.
Cominciarono quindi minacce alla sua vita, perché, secondo i suoi persecutori, la sua opera era in realtà un’attività di proselitismo. Invece di spaventarsi, suor Rani Maria era ancora più entusiasta e zelante nel suo impegno.
Insegnò anche il catechismo alle famiglie cristiane che si erano stabilite a Odagady prima dell’arrivo dei missionari, mentre i non cristiani erano attratti dal suo amore per loro e dalla sua instancabile attività.
In mezzo alle sue innumerevoli incombenze, suor Rani Maria trovò il tempo per un ritiro di due mesi, in silenzio e solitudine, presso la Casa di preghiera “Porziuncola” annessa alla Casa generalizia delle Suore Clarisse Francescane ad Aluva. Dal 30 maggio 1989 al 15 dello stesso mese del 1992 fu superiora locale e, intanto, conseguì un master in Sociologia all’università di Rewa. Infine, ebbe l’incarico di consulente per il Dipartimento dei servizi sociali della Provincia di Amala della sua congregazione.

A Udainagar
Trasferita il 15 maggio 1992 a Sneha Sadan presso Udainagar, suor Rani Maria vi arrivò dopo tre giorni di viaggio. Grazie alla sua esperienza, studiò attentamente lo stato di vita degli abitanti: si rese conto che erano caduti in una trappola tesa da parte dei commercianti di Udainagar, diventando dipendenti dagli usurai che divoravano le loro magre entrate e le loro proprietà.
Suor Rani Maria attuò quindi alcuni programmi di coscientizzazione, che diedero i loro frutti: i poveri di Udainagar divennero cittadini attivi e responsabili. Lei stessa andò a protestare presso gli ufficiali governativi, ma riceveva solo rifiuti e derisioni per il suo interesse verso i fuoricasta.
Una novizia che l’accompagnò a un colloquio col direttore di una banca ha raccontato che, tenendo in mano il crocifisso che portava al collo, suor Rani Maria dichiarò: “Signore, noi abbiamo accettato questo stile di vita e siamo venute qui perché non abbiamo mezzi di sussistenza a casa, e non perché i nostri genitori ci hanno cacciate di casa. Guardi! Abbiamo accettato questo stile di vita, una vita di sacrificio, per lavorare per Cristo nei poveri”. Gradualmente riuscì a ottenere l’ammirazione anche dei governativi, grazie ai suoi modi gentili, alla sua azione disinteressata e, soprattutto, alla sua maniera cortese di parlare. Inoltre, insegnò ad alcuni giovani come aiutare i poveri e loro stessi tramite l’assistenza finanziaria delle banche private di Udainagar e Indore.

La preghiera di suor Rani Maria
La preghiera era la radice del suo impegno: si alzava ogni giorno alle quattro del mattino e trascorreva molto tempo in preghiera personale. Quanto a quella comunitaria, la guidava in maniera attiva e con gioia.
Nelle sue note personali, lasciò scritte alcune invocazioni. Ad esempio: «Signore, aiutami ad accettare il tuo amore nei giorni buoni e in quelli cattivi, quando sono delusa di me stessa e quando sono forte. Aiutami a credere profondamente nel tuo amore immutabile, cosicché io possa sempre gioire in esso senza paure e preoccupazioni».
O anche: «Padre, io sono debole e lontana dalle virtù. Aiutami a rendermi conto che tu usi i deboli del mondo per confondere i forti. Mostrami come fare il prossimo passo nel mio desiderio di costruire il tuo Regno. Benedici i miei umili sforzi, cosicché io possa glorificare il tuo nome con la mia vita. Amen».

Un rischio ponderato
Nel frattempo, i programmi di sviluppo avviati da suor Rani Maria avevano iniziato a essere avversati dagli usurai e dagli sfruttatori dei contadini. L’unico modo per arrestare quel processo appariva essere quello di togliere di mezzo colei che ne era stata l’ispiratrice. L’idea si fece concreta dopo che la religiosa era riuscita a far uscire dal carcere alcuni fedeli cattolici, erroneamente coinvolti in un tumulto.
Suor Rani Maria sapeva di essere presa di mira, ma non volle in alcun modo fermarsi. Il 17 febbraio 1995, in visita alla Casa provincializia in occasione della visita canonica della Madre generale, dichiarò: «Non dovremmo cercare sicurezza e comodità nella nostra opera missionaria. Con coraggio e fiducia in Dio sempre di più le suore dovrebbero essere pronte a rischiare loto stesse nel servire i poveri e i bisognosi nei villaggi sottosviluppati delle missioni». Nella stessa occasione confidò alla sua ex maestra di noviziato: «Desidererei morire martire per amore di Gesù e per i miei poveri fratelli oppressi».

L’ultimo viaggio
Il mattino del 25 febbraio 1995, suor Rani Maria si alzò presto come suo solito, anche perché doveva prendere il primo autobus per Indore; di lì avrebbe dovuto dirigersi alla Casa provincializia di Bhopal e proseguire per il suo nativo Kerala. Prima di uscire, secondo una sua abitudine, la suora prese la Bibbia e la aprì a caso. Uscì il versetto 16 del capitolo 49 del profeta Isaia: «Non aver paura! Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato».
Accompagnata da due consorelle, suor Rani Maria andò alla fermata, ma le venne detto che era saltata una corsa. Mentre tornavano indietro, le suore videro l’autobus su cui avrebbe dovuto salire. Un’altra religiosa, suor Liza Rose, chiese al conducente di riservare un posto a suor Rani Maria: fu risposto che avrebbe potuto salire di fronte al convento, alle 8.15.
Quando il mezzo arrivò, suor Rani Maria salutò le altre suore, mentre suor Liza l’aiutò col bagaglio a mano. Tuttavia, un giovane vestito di bianco posò la borsa accanto al conducente e chiese alla suora di sedersi dietro: era un fatto strano, poiché alle suore veniva riservato un posto nella parte anteriore del bus.

Il martirio
Nel corso del viaggio, un uomo, Jeevan Singh, che era stato coinvolto in alcuni tumulti precedenti, cominciò a insultare la suora, accusandola di proselitismo. Quando il bus raggiunse una giungla a circa venti chilometri da Udainagar, un giovane sulla ventina, Samundar Singh, seduto accanto a suor Rani Maria, si alzò dal posto e chiese al conducente di fermare l’autobus.
Scese e infranse una noce di cocco contro una roccia, offrendone i pezzi agli altri passeggeri, una volta salito: era un “puja”, una forma di preghiera indù. Fece per darne uno anche alla suora, ma glielo tolse subito dopo.
«Perché sei così allegro, oggi?», domandò lei. Estraendo un coltello, il giovane rispose: «Solo per questo», e glielo infilzò nello stomaco. Mentre lui la pugnalava ripetutamente, il bus si fermò: l’aggressore scese e continuò a colpire la suora, finché non morì. Nessuno dei passeggeri osò soccorrerla, molti fuggirono. Finché ebbe fiato, suor Rani Maria continuò a ripetere la sua preghiera preferita, il nome di Gesù.
Verso le 10.45, le suore furono informate dalla polizia che il corpo di suor Rani Maria era stato rinvenuto lungo la strada, accanto all’autobus abbandonato. Il vescovo di Indore, monsignor George Anathil, andò insieme ad alcuni sacerdoti e, dopo le formalità legali, portò il cadavere in episcopio per la camera ardente. L’autopsia riscontrò che la suora aveva subito 40 ferite gravi e 14 ecchimosi.
I funerali si tennero il 27 febbraio nella cattedrale di Indore, piena di gente. Il corpo della suora fu quindi sepolto a Udainagar, dove si raccolse una folla di persone in lutto, senza distinzione di casta o di credo religioso.

Un legame nato dal perdono
Tra le sorelle di suor Rani Maria, una di esse, Celine, prese i voti nella sua stessa congregazione, nel 1984, diventando suor Selmy Paul. Di fronte al cadavere della sorella, inizialmente ebbe un moto di ribellione nei confronti di Dio. Quando si fu calmata, chiese la grazia di poter perdonare l’assassino.
Dopo varie richieste andate a vuoto, suor Selmy Paul poté incontrare Samundar Singh, che scontava la sua pena nel carcere di Indore. Era il 21 agosto 2002, in cui quell’anno cadeva la festività indù del Rakshabandhan, che prevede la nascita di nuovi legami di protezione tra le persone. Legando un filo ornato (il “rakhi”) al polso di Samundar, suor Selmy Paul si pose idealmente sotto la sua protezione: l’uomo, commosso, le manifestò il proprio pentimento.
Anche Eliswa, la madre di suor Rani Maria e di suor Selmy Paul, volle incontrare il prigioniero otto anni dopo l’uccisione della figlia. Baciò le sue mani, spiegando in seguito: «Desideravo compiere questo gesto, baciare le mani che avevano ucciso mia figlia, perché quelle mani erano bagnate del suo sangue».
Samundar Singh è stato scarcerato dopo undici anni, anche per intervento della Madre provinciale delle Francescane Clarisse, dalla famiglia di suor Rani Maria e del vescovo di Indore. La sua vicenda di pentimento e perdono è stata raccontata nel 2014 nel film documentario «Il cuore dell’assassino», di Catherine McGilvray.

Fama di martirio e avvio della causa di beatificazione
Immediatamente dopo la sua uccisione, suor Rani Maria cominciò a essere ritenuta una martire, seppure non ufficialmente. Alla sua tomba si recavano sempre più persone, alcune delle quali affermarono di aver ricevuto delle grazie singolari per sua intercessione.
Per questo motivo, le Suore Francescane Clarisse domandarono di poter avviare la sua causa di beatificazione, per l’accertamento del martirio in odio alla fede. Dopo il nulla osta da parte della Santa Sede, il 26 settembre 2003, è stata aperta il 29 giugno 2005 a Indore l’inchiesta diocesana, conclusa il 28 giugno 2007. Gli atti del processo sono stati convalidati il 27 novembre 2009.

Il riconoscimento del martirio e la beatificazione
La “Positio super martyrio”, consegnata nel 2014, è stata esaminata dai Consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi l’11 febbraio 2016 e, con valutazione altrettanto positiva, dai cardinali e dai vescovi membri della stessa Congregazione il 21 marzo 2017. Due giorni dopo, il 23 marzo, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui suor Rani Maria è stata dichiarata ufficialmente martire.
La beatificazione della religiosa è stata celebrata il 4 novembre 2017 a Saint Paul Institute of Professional Studies di Indore. A presiedere il rito, in qualità di delegato del Santo Padre, il cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto il 2017-11-04

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