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Beato Millano Garde Serrano Sacerdote e martire

7 luglio

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Vara del Rey, Spagna, 21 dicembre 1876 Cuenca, Spagna, 7 luglio 1938

Millán Garde Serrano nacque a Vara del Rey, a sud di Cuenca e nell’omonima provincia e diocesi, il 21 dicembre 1876. Entrò nel Seminario della sua diocesi, ottenendo risultati straordinari. Venne ordinato sacerdote il 21 dicembre 1901; nel 1903 entrò nella Fraternità dei Sacerdoti Operai Diocesani del Cuore di Gesù. Nello stesso anno conseguì la licenza in Diritto Canonico presso il Seminario Sant’Ildefonso di Toledo. Lavorò nella formazione dei seminaristi in Spagna e in Messico, come professore, amministratore e direttore spirituale. Dopo lo scoppio della guerra civile, venne obbligato a gestire una mensa per i poveri nel suo paese: seppur umiliato nella sua dignità umana e sacerdotale, colse ogni occasione possibile per esercitare il ministero. Il suo particolare amore per l’Eucaristia si esplicitò nei nove mesi in cui visse nascosto, con la sola compagnia del Santissimo Sacramento. Quando venne arrestato, non oppose alcuna resistenza, a tal punto che le corde che erano state preparate per legarlo non furono necessarie. Alle percosse e agli insulti dei carcerieri rispose col perdono e con la preghiera. Ormai in fin di vita, venne trasferito nell’infermeria del monastero delle Carmelitane di Cuenca, trasformato in carcere: vi morì il 7 luglio 1938, per le conseguenze della prigionia e i maltrattamenti subiti. La sua causa di beatificazione e canonizzazione, iniziata a Cuenca, a partire dal 2009 proseguì congiuntamente a quelle di altri tre Sacerdoti Operai Diocesani martiri nella stessa persecuzione. La loro beatificazione è stata celebrata il 30 ottobre 2021 a Tortosa, sotto il pontificato di papa Francesco, mentre la loro memoria liturgica cade il 25 ottobre. I resti mortali di don Millán sono venerati nel Tempio dell’Espiazione a Tortosa, luogo dove riposano anche il fondatore, don Manuel Domingo y Sol (beatificato nel 1987) e, in un apposito mausoleo, altri ventisette Beati della stessa Fraternità, anch’essi martiri in Spagna nel corso del XX secolo.



Nascita e primi tempi del sacerdozio
Millán Garde Serrano nacque a Vara del Rey, a sud di Cuenca e nell’omonima provincia e diocesi, il 21 dicembre 1876, figlio di Nicolás e Lorenza.
Dopo aver terminato gli studi nel Seminario di Cuenca, con risultati eccezionali, venne ordinato sacerdote il 21 dicembre 1901. Nel giugno 1903 conseguì a Toledo la licenza in Diritto Canonico. Nello stesso anno, il 10 agosto, compì la consacrazione nella Fraternità dei Sacerdoti Operai Diocesani del Cuore di Gesù.
Rimase ancora un anno nel Seminario Sant’Ildefonso di Toledo, come prefetto. L’anno dopo, di nuovo come prefetto, venne inviato a quello di Badajoz, dove rimase per un solo anno scolastico.

Nei Seminari messicani di Cuernavaca e Querétaro
Nel 1905 partì per il Messico. Il suo primo incarico fu al Seminario di Cuernavaca: inizialmente come prefetto e professore, poi come direttore spirituale. Tre anni dopo venne destinato al Seminario di Querétaro, dove però non si sentì a proprio agio: avvertiva una certa mancanza di spirito e una vita assai poco fraterna, ben diversa dallo stile a cui il fondatore, don Manuel Domingo y Sol (beatificato nel 1987) aveva avviato i Sacerdoti Operai.

Il rientro in Spagna
Rientrò in Spagna nel 1911, con alcuni problemi di salute. Era anche intenzionato a farsi monaco certosino, per dedicarsi interamente alla vita spirituale. Il Direttore generale della Fraternità, però, lo persuase a continuare il suo lavoro nella formazione dei futuri sacerdoti.
Obbedì ai suoi consigli: dopo alcuni mesi di discernimento nel Seminario di Toledo, venne destinato, nel 1912, a quello di Valladolid, come direttore spirituale. Venne anche incaricato della Segreteria degli studi dell’Università.

Di trasferimento in trasferimento, tra sacrifici e consolazioni
Dopo nove anni si trasferì nel Seminario di Salamanca, di nuovo come direttore spirituale; lasciò un solco profondo in coloro che diresse. Nel 1925 ebbe l’incarico di amministratore del Seminario di Astorga. Gli costò molto accettarlo e lo visse male, in quanto non lo sentiva congeniale al suo modo di fare.
L’anno successivo venne nominato direttore del Collegio delle Vocazioni di San Giuseppe a Plasencia e, in parallelo, direttore spirituale del Seminario Maggiore. Si meritò immediatamente la fama, tra il clero e il popolo, di sacerdote devotissimo, affabile e pronto al sacrificio.

Prospettive di martirio e ultimo incarico
Durante il processo politico che portò la Spagna a diventare una Repubblica, ma nel quale cominciò a diffondersi un clima persecutorio contro la Chiesa, manifestava già desideri di martirio: «Come saremmo felici se qualcuno ci tagliasse la testa per spargere il nostro sangue per Cristo!»
L’ultimo incarico, per don Millán, fu quello di direttore spirituale nel Seminario di León, presso il quale arrivò nel 1935. Terminato l’anno scolastico, tornò al suo paese, Vara del Rey, intenzionato a dirigersi poi a Toledo, per aiutare un altro dei Sacerdoti Operai, don Pedro Ruiz de los Paños (beatificato nel 1995), nella fondazione della congregazione femminile delle Discepole di Gesù.

L’inizio della persecuzione
Una mattina dei primi di agosto, mentre, come suo solito, si dirigeva molto presto alla chiesa parrocchiale, gli fu violentemente strappata la chiave dal sindaco. Gli fu ordinato, inoltre, che da quel momento in poi non avrebbe più dovuto presentarsi in pubblico con la veste sacerdotale. Da allora visse praticamente prigioniero in casa di suo fratello, dato che il Comitato rivoluzionario non gli permetteva di uscire.
La prima incombenza che fu imposta a lui e ad altri due sacerdoti fu inventariare tutti i beni delle case che erano state sequestrate. Un giorno fu chiamato perché aprisse il Tabernacolo, dato che era stato impossibile forzarlo. Mentre due miliziani lo tenevano sotto tiro, litigando tra loro perché non riuscivano a decidere chi dovesse sparargli per primo, ne approfittò per consumare l’Eucaristia ed evitare quindi la profanazione.

Al lavoro in mensa, con un ministero celato
Quando l’inventario venne concluso, la Giunta rivoluzionaria l’obbligò a gestire una mensa pubblica per i poveri, insieme a un altro sacerdote, don Jesús Granero. Per questo motivo, gli fu tolta la proibizione di uscire per strada, anche se avrebbe dovuto farlo in abiti secolari.
I due sacerdoti subirono maltrattamenti e insulti assai grossolani dalle cuoche della mensa. Vennero costretti a servire a tavola e a portare il necessario per i pasti, compresa la legna, che fecero loro prendere dalle panche e dalle pale d’altare della chiesa.
Con la scusa di cercare il necessario per la mensa, don Millán visitava le persone che avevano bisogno del suo ministero e che, in tal modo, riuscirono molte volte a continuare a ricevere il Sacramento della Penitenza.

Nascosto, ma non inattivo
Quando don Jesús venne assassinato, i familiari e gli amici di don Millán cominciarono a temere per la sua vita e gli suggerirono di nascondersi. Lo fece solo quando furono esaurite le risorse per mantenere la mensa popolare.
All’inizio si nascose in casa di suo fratello Innocente. In un secondo momento, per evitare ulteriori tensioni in famiglia, si trasferì da un suo cugino, la cui casa era contigua. In molte occasioni vennero a cercarlo, ma senz’alcun risultato: non era ancora giunta la sua ora. In quel periodo, lui trascorse il tempo a pregare, studiare e scrivere. Sosteneva una corrispondenza frequente e conversava con svariate persone.

In compagnia dell’Eucaristia
Per la sua sicurezza, fu reso necessario un nuovo trasferimento in un’altra casa: avvenne il 5 agosto 1937, a notte fonda. In quell’occasione fu possibile trovare tutto il necessario per l’Eucaristia: il 15 agosto, dopo un anno, don Millán poté riprendere a celebrarla, nella solennità dell’Assunzione della Vergine.
Nei nove mesi del suo nascondimento, non tralasciò mai la celebrazione della Messa. Faceva meditazione davanti alla riserva eucaristica, vegliando in preghiera nelle notti tra il giovedì e il venerdì. Di giorno compiva frequenti e lunghe visite eucaristiche e tutte le domeniche svolgeva una funzione, che terminava con la benedizione col Santissimo.
Pur vivendo occultato, si preoccupava anche dei fedeli. Fece in modo che alcune persone devote potessero partecipare a turni alle sue Messe e, per non privare della Comunione coloro che non potevano venirci, fece in modo che due giovani gliela portassero, anche nei paesi vicini.

L’arresto
La mattina del 9 aprile 1938, a causa di una denuncia anonima, il Comitato perquisì la casa dove si trovava. Don Millán si consegnò spontaneamente, tanto che non furono necessarie le corde preparate per legarlo. In prigione venne sottoposto a maltrattamenti. Dopo essere stato condotto a San Clemente, il 3 maggio venne condotto al Seminario di Cuenca, trasformato in carcere.
Fu rinchiuso in una cella in condizioni lamentevoli e con un’alimentazione ridotta. In più, ogni notte subiva percosse per mano delle guardie d’assalto, munite di manganelli. Non si lamentò mai, ma perdonò i suoi aggressori.
Ogni volta che i carcerieri lo vedevano col Rosario tra le mani, l’insultavano in modo pesante. Una guardia arrivò anche a minacciarlo di morte se avesse continuato, ma lui replicò: «Allora potete uccidermi, perché non smetterò di pregare».

La morte
Il suo stato di salute si aggravò: quand’era ormai mezzo morto, il medico ordinò di trasferirlo in un carcere che potesse offrirgli condizioni migliori. Destinato all’ex convento delle Carmelitane Scalze, era atteso da suo nipote Maximiliano e da un altro giovane, Mariano Ortega. Riuscì anche a confessarsi da don Trifón Beltrán.
Sopravvisse ancora nove giorni, senza potersi muovere dall’infermeria. Il suo fisico, estremamente prostrato dalle molte e continue sofferenze fisiche, che aveva sopportato per due anni, non poteva reagire più. Lo stomaco non reggeva alcun tipo di alimenti.
Rese l’anima a Dio il 7 luglio 1938, alla fine del Rosario che stava pregando con suo nipote. Grazie ai suoi compagni di carcere, il suo cadavere poté essere posto in una semplice cassa, quindi sepolto nel cimitero di Cuenca.

Il percorso verso la beatificazione
L’inchiesta diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione di don Millán, per l’accertamento del suo martirio, si svolse a Cuenca dal 12 giugno 1998 al 4 luglio 2003; gli atti vennero convalidati dalla Congregazione delle Cause dei Santi il 30 novembre 2006.
Il 30 marzo 2009 la medesima Congregazione concesse l’unificazione della causa con quelle di altri tre Sacerdoti Operai, don Francisco Cástor Sojo López, don Manuel Galcerá Videllet e don Aquilino Pastor Cambero, morti durante la medesima persecuzione. Nel suo caso, però, si trattava di un martirio subito a causa delle privazioni e dei maltrattamenti in carcere (“ex aerumnis carceris”).
La “Positio super martyrio”, unica, venne presentata nel 2009. I Consultori Teologi, nel loro Congresso del 28 aprile 2016, diedero parere positivo. I cardinali e i vescovi membri della medesima Congregazione, nella Sessione Ordinaria del 22 settembre 2020, riconobbero che la morte dei quattro Sacerdoti Operai fu un autentico martirio. Il 29 settembre 2020 papa Francesco autorizzò quindi la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto sul martirio di don Millán e compagni.

La beatificazione
La Messa con il Rito della Beatificazione venne quindi celebrata il 30 ottobre 2021 nella cattedrale di Nostra Signora Santa Maria a Tortosa, presieduta dal cardinal Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, come delegato del Santo Padre. La memoria liturgica dei nuovi Beati venne fissata al 25 ottobre.
I resti mortali di don Millán, prima della beatificazione, vennero traslati nel Tempio dell’Espiazione di Tortosa, dov’erano già venerati quelli del fondatore e, precisamente nel mausoleo dei martiri, quelli degli altri ventisei Beati Sacerdoti Operai martiri nel XX secolo. Anche quelli di don Francisco Cástor ricevettero identica collocazione, mentre quelli di don Manuel e don Aquilino rimasero nella cattedrale di Baeza.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2021-10-30

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